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venerdì 8 gennaio 2016

Giornata d'autore : Il Cavaliere di Fuoco di RENATA MORBIDELLI


Edelweiss è figlia adottiva di due gitani andalusi. Quando era ancora una bambina, era andata a vivere con i suoi genitori in un villaggio irlandese. Dopo che coloro che l'hanno allevata sono morti in una lotta tra clan rivali, va a vivere con Kostas, uno zingaro greco innamorato di lei, e lo sposa. Durante l'Equinozio di Primavera, e terzo anniversario del loro matrimonio, mentre l'intero villaggio è in festa, due uomini di un clan rivale e Sudditi di Mèlankar, Nobile Decaduto, l'attaccano alle spalle uccidendo il marito e ferendola gravemente. La donna si risveglia in una grotta: chiusa in gabbia, incatenata, dolorante e stordita. La sua fine sembra vicina. Appare all'improvviso, grazie ai suoi poteri, Mikalendìl, Cavaliere del Bianco Esercito, che la fa uscire dalla sua prigione e la porta al sicuro nella dimora di Gyldhair, capo dei Ribelli che la guarirà e le darà il suo appoggio per scappare dal Regno della Notte. Ha inizio, così, il suo viaggio per tornare ad Awen Alixien, sua vera patria, e difenderla da Mèlankar e del suo Esercito. Durante il cammino incontrerà Dàrgariel e Korìllis, due potenti Streghe, ed altri amici che l'aiuteranno nella sua impresa. Ma chi è in realtà Edelweiss? Perché il Principe delle Tenebre è interessato ad una come lei? E perché proprio Mikalendìl, Cavaliere di Fuoco e Generale del Bianco Esercito, vuole proteggerla?





Stordite e frastornate, con la testa ancora che ronzava, a causa dei maltrattamenti subiti, le Prescelte seguirono i loro carcerieri fuori dalla casa. L’aria fresca e frizzante del mattino e le goccioline di rugiada che bagnavano i loro piedi scalzi le svegliarono all’improvviso. I sensi e le menti delle fanciulle tornarono lucidi e sentirono il loro corpo come rinvigorito. Si guardarono negli occhi l’un l’altra solo per un istante e, come se fossero un’unica creatura, “Eleutheria” gridarono ad una sola voce con tutto il fiato che avevano in gola. Caddero a terra tintinnando le catene d’acciaio ai loro polsi; si frantumarono in mille pezzi i bracciali protettivi della Regina e dei suoi Soldati; si dissolsero nel nulla, come le nebbie della notte alle prime luci dell’alba, i cenci che avevano addosso e vennero avvolte dalle intense luci delle loro aure. Increduli e stupiti di ciò che stava accadendo, la Nera Regina ed il suo Esercito rimasero immobili, come pietrificati, per alcuni lunghi istanti.
Approfittando dell’attimo di smarrimento del nemico, nude e tremanti a causa dell’aria frizzante del mattino, raccogliendo energia da tutti gli alberi attorno, si prepararono a sferrare l’attacco:
Solaisthen de Solaisthen
Fhìrinnenn por Fhirinnenn
Chumacht naion Realatìrion
Teig baiuilte rihanna
Agnus a linnn Loiestan
Agnus dirchadas
Luce alla Luce
Verità per la Verità
il Potere delle Stelle scenda su di noi
e ci liberi dalla Menzogna
e dall’Oscurità”
Le loro aure s’unirono fino a divenire una sola intensa luce color argento. Le voci di Edelweiss, Dàrgariel e Korìllis risuonarono come il tuono. Un turbine spazzò lontano gli Alleati ed il mantello di Marvìkiria. I suoi lunghi capelli d’argento s’agitavano come infiniti tentacoli; le maniche della sua tunica, ampie e colorate, sferzate dalle potenti raffiche, si muovevano come ali di una farfalla in volo; la sua maschera, di morbido cuoio dipinto di bianco, finemente decorata con un delicato disegno floreale su una gota, si slacciò e cadde svelando il suo aspetto. Stupiti e smarriti gli occhi di Edelweiss non smettevano di fissare il volto della Nera Regina: assomigliava, in tutto e per tutto, fuorché nel colore degli occhi e nello sguardo, a Leikastèris. I battiti del cuore della Fanciulla accelerarono ed il mondo intorno a lei iniziò a girare vorticosamente. Brividi freddi e vampate di calore percorsero il suo corpo. Approfittando del momento di smarrimento, Marvìkiria protese le sue lunghe ed affusolate mani in avanti: pronunciando un incantesimo nella Lingua Proibita, infranse lo scudo di luce e scagliò loro addosso una pioggia di Sfere d’Energia e, librandosi in volo, si lanciò sulle Fanciulle con le fauci aperte e gli artigli affilati. Due file di denti da serpe, grondanti veleno, affondarono nel collo di Astèris. Con le sue unghie da felino lunghe e rilucenti come lame d’acciaio ferì le altre due ad un fianco. Noncuranti del dolore, con rapidità e prontezza di riflessi, come una sola persona, le Streghe, protendendo le mani in avanti, respinsero la Nera Regina e la scaraventarono lontano. Il suo volo terminò contro un’enorme quercia e l’urto le fece perdere i sensi.
Giunse in volo, appena in tempo per vedere gli ultimi istanti del breve combattimento, un Corvo dal lucente piumaggio nero. Planando spalancò completamente le sue ali ed atterrò sulla spalla destra di Edelweiss. Immediatamente la Strega non poté fare a meno di riconoscere, con gioioso stupore, il suo amico e compagno di cammino Gyldahir. In quello stesso istante, trafelati e stremati dalla folle corsa, giunsero Sòlean, Elpidaluk, Phengarion e Lukosphon. Increduli per ciò che stava accadendo rimasero pietrificati ad osservare la scena.


Bello e maestoso, avvolto in un’intensa luce rubino, nella sua Argentea Armatura, con l’Antica Corona d’argento e rubini sul capo, apparve il Cavaliere di Fuoco. Con gli occhi colmi di gioia, le Fanciulle ed i Cavalieri alzarono le loro lame al cielo in segno di saluto. Alle loro spalle ogni membro della Confraternita dei Custodi della Pura Magia sollevò il suo Sacro Bastone o la destra con gli Anelli del Potere.
Mentre ancora la Potenza Superiore stava scendendo, il Serpente di Morte iniziò a dimenarsi e ad emettere terrificanti grida verso il cielo. Con le fauci spalancate, lasciando uscire tutto l’odio ed il rancore di cui era fatto, fece esplodere terribili vampate di fuoco. Restando in silenzio, Mikalendìl s’avvicinò alla Bestia e toccò le sue due teste. Improvvisamente Shilithanatius venne attraversato da una terribile scossa simile ad un fulmine. Stretto in tremende morse, emettendo strazianti grida e contorcendosi spasmodicamente, esalò l’ultimo respiro e s’accasciò a terra privo di vita. Terribili scosse di terremoto fecero vacillare gli Oscuri Sovrani che, sfiniti ed ansimanti, come se loro stessi fossero stati colpiti, caddero in ginocchio. Prontamente, tenendo fisso lo sguardo sugli occhi del fratello, Mèlankar si rialzò in piedi. Fiamme di fuoco sembravano divampare nel suo iride ametista; brillò d’una intensa luce azzurra, fra le dita del Nero Sovrano, Fuathaflas la spada che egli stesso aveva fatto forgiare. Fluttuarono, come tanti piccoli serpenti neri e “minacciosi”, animati dall’Oscura Forza, i suoi lunghi capelli. Ritti in piedi uno di fronte all’altro, i due gemelli rimasero a scrutarsi per alcuni lunghi attimi: l’ametista e lo smeraldo si compenetrarono fino a fondersi; il respiro si fece affannoso; i muscoli tesi ed i sensi vigili attenti a qualsiasi movimento dell’avversario. Le aure delle due spade riempirono il cielo di bagliori d’intensa luce azzurra e rossa. […]Improvvisamente Fuathaflas brillò più intensamente ed uno strano scintillio illuminò gli occhi di Mèlankar. Con lo sguardo fisso sulla spada del fratello, Mikalendìl rimase immobile pronto a parare il colpo. Facendo appello al suo Antico Potere di Potenza Superiore, fluttuando, Mèlankar partì all’attacco veloce come il lampo. Bagliori azzurri indicavano a Mikalendìl, attimo dopo attimo, i movimenti di Fuathaflas come se fossero al rallentatore. Quando vide volteggiare la spada di Mèlankar sopra la sua testa, con una rapidissima rotazione del polso, parò il fendente con il piatto della lama. Un bagliore ametista, simile ad una saetta, squarciò il cielo ed un boato risuonò come un tuono facendo eco sulle mura della Città. Come era accaduto millenni addietro, la forza del primo impatto li sbalzò via qualche decina di metri. Lasciando esplodere nel suo cuore tutto l’odio represso, Mèlankar partì nuovamente all’attacco.





Poco prima che i Cavalieri e le Principesse lasciassero la città, alle prime luci dell’alba Lamperastéris, la Sacerdotessa Bianca, li invitò a seguirla in un angolo del giardino reale e mostrò loro la più bella delle piante che la Soave Melodia di Veikor avesse mai Cantato: un Albero con il tronco color argento ed una folta chioma di larghe foglie smeraldo. I raggi di sole, che lo accarezzavano, lo fecero brillare come un gioiello.
Con gli occhi colmi di gioiosa commozione, Edelweiss ritornò indietro con la mente e col cuore a ritrovare, tra i ricordi, l’immagine del meraviglioso Albero che si ergeva maestoso al centro dell’Antica Città di Awen Alixien. Non c’erano dubbi: quello di fronte a lei ed ai suoi compagni era nato da un germoglio dell’Albero della Vita.

Con le mani giunte e con gli occhi chiusi la Sacerdotessa si concentrò e lasciò che la sua energia vitale entrasse in contatto con l’intima coscienza della Pianta: i suoi lunghi capelli dorati iniziarono a muoversi come al soffio di una lieve brezza; un’intensa luce argentea avvolse il suo esile corpo, un’ondata di calore pervase tutto l’ambiente circostante e l’Albero iniziò a vibrare ed a brillare di luce dorata. La terra iniziò a tremare leggermente e dalle sue profondità s’alzò una meravigliosa melodia. La Sacerdotessa, trasportata dalle note, iniziò ad accennare una danza e ad intonare un canto in una lingua sconosciuta alle orecchie di Edelweiss e dei suoi amici, ma che risuonò dolcissima e piena di tenerezza nel loro cuore. Dal tronco della Pianta una meravigliosa voce femminile s’unì a quella di Lamperastéris nel canto inondando le anime dei presenti di un intenso calore. Cullati dalle splendide note, istintivamente, quasi senza rendersene conto, formarono un cerchio attorno all’Albero e, tenendosi per mano, danzarono e cantarono anche le Fanciulle ed i Cavalieri. Quando la melodia raggiunse il culmine, e le loro anime si fusero in una sola, dal tronco della Pianta, come se fosse una sorgente, uscì un siero gelatinoso color smeraldo e delicatamente profumato. Con estrema dolcezza, quasi chiedendole il permesso, la Sacerdotessa, senza smettere di cantare, pose una coppa d’argento sotto ad una delle fessure e lasciò che il liquido vi scivolasse dentro. Quando il calice fu colmo, come se la Pianta lo sapesse, il liquido cessò di colare e la fessura si rimarginò. Con un sorriso ed un inchino, Lamperastéris ringraziò l’Albero della Vita e in quell’istante la musica e l’incanto cessarono.


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