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giovedì 26 ottobre 2017

Blog Tour Dark Zone: Gli Spiriti selvaggi - La leggenda dei Cavalieri di Asha di Andrea De Angelis






Le Terre di Asha sono misteriose, selvagge e lussureggianti. In esse avien, linfeni, ezteni ed umani hanno da sempre combattuto per la sopravvivenza, osservati da lontano dai sendraghi, silenziose e potenti sentinelle.
All'alba di una nuova era, l'avverarsi di una profezia viene impedito. Un crimine efferato ha luogo, chi ne è il misterioso autore?
Ignaro che il destino delle Terre di Asha sia cambiato, Mohegan, uno Spirito Selvaggio, mercenario e cacciatore di elemendraghi incontra quelli che saranno per sempre i suoi compagni d'avventura. 
Con essi dovrà mettersi alla ricerca di pericolose reliquie appartenute a un'epoca passata, ma che minaccia di rivelarsi in tutto il suo potere, riportata in vita da un misterioso nemico.
Il viaggio lo porterà a conoscere a fondo i suoi compagni, a fare i conti con sé stesso e a rendersi conto che un antico legame coinvolge anche lui e la creatura che mai si sarebbe aspettato di incontrare: un sendrago, veloce come il vento, che cambierà per sempre la sua vita. 


La mattina dopo Mohegan si alzò presto, mentre il cielo iniziava a tingersi di rosa dietro le pareti di roccia che circondavano il villaggio. Andò a prendere Gahul alle scuderie e lo sellò. Inspirò l’odore familiare del cuoio e del sudore di cavallo. Sciolse dei nodi alla criniera e si assicurò che avesse mangiato durante la notte. Buttò la ricompensa in monete in una tasca della sacca da viaggio e salì in sella.
Un bottino come quello valeva molto di quei tempi. Con un drago simile a quello che aveva ucciso, si poteva guadagnare dalla pelle, dagli artigli, dalle squame, dai denti e praticamente da tutto il resto. Era di certo un buon affare per Bohr. Con questi pensieri nella mente, Mohegan si avviò lungo il sentiero che conduceva a valle, dando un ultimo sguardo al villaggio e salutando i suoi amici, che immaginava ancora stesi nei loro letti, con le barbe e i vestiti imbrattati di birra. 
L’aria era ancora fresca e Mohegan dovette coprirsi col suo abito pesante di pelle di bufalo, dal collo e dalle maniche adornate con pelliccia di volpe argentata. Le nevi cadute in inverno si erano sciolte da tempo, ma di prima mattina c’era ancora un assaggio dell’aria pungente che aveva a lungo accompagnato i risvegli del cacciatore. 
Si incamminò, in sella a Gahul, lungo la strada in discesa che li avrebbe riportati verso la fertile valle che accoglieva paesi, villaggi e la città dove aveva abitato il leggendario cavaliere Amshad. 
Amstha era stata edificata, in un passato molto remoto, a nord-ovest della pianura che dalle Montagne dell’Est si estendeva fino ai Boschi Azzurri, antiche selve che si frapponevano fra essa e la regione delle Grandi Isole. 
Nonostante i fumi scuri, la città antica si estendeva su un vastissimo altopiano collegato alla catena montuosa tramite degli alti acquedotti che dalle Sorgenti di Alkenha, la dea delle fertilità, portavano l’acqua in tutta la città; due giganteschi draghi scolpiti nelle montagne sorvegliavano gli sbocchi da cui si gettavano impetuose le acque del Geneth. Quartieri costellati di case e palazzi sorgevano tra fertili campi coltivati, laghi e corsi d’acqua. L’altopiano aveva una forma ellittica e, ai suoi margini, altissime cascate precipitavano nella valle sottostante. Al centro del vasto altopiano era stato eretto il palazzo di Amshad. Era stato costruito con chiari marmi del colore dell’avorio e, all’interno di ognuno dei suoi numerosissimi piani, c’erano centinaia di stanze. L’esterno di ogni livello era costituito da un grande corridoio circolare ornato da arcate sostenute da colonne intarsiate. Una grande scalinata chiusa serpeggiava intorno al palazzo, intervallata da quattro torrioni, di altezza sempre maggiore, indirizzati verso i quattro punti cardinali; partiva dalla base fin quasi a raggiungere la cima dell’antico edificio. Le torri, invece, contenevano stanze e saloni utilizzati dai membri dell’ordine dei Cavalieri di Asha, i protettori delle terre libere, cavalieri dei possenti sendraghi. Erano orientate verso le cascate più grandi che circondavano la città, anch’esse in linea con i punti cardinali.
 Mohegan discese il ripido sentiero che conduceva a valle, la città Incantata sempre in vista, e, una volta giunto al termine, svoltò a sinistra, percorrendo un tratto della lunga strada che conduceva fino ai Boschi Azzurri. 
Guardò verso i crinali di cui parlava Bohr. 
Non riusciva a decidersi. Sebbene avesse sostenuto diversamente, qualcosa lo spingeva a voler perlustrare quelle zone. Non aveva però una buona conoscenza delle terre a sud di Amstha. Sapeva solo che i villaggi intorno alla Città Incantata godevano di buoni rapporti col Secondo Reggente della Corona e delle Memorie e che alcuni di essi avevano preso il nome di “Avamposti delle Città Incantate”. In tutta la valle c’erano rotte commerciali; carri e carovane le percorrevano provenienti da tutte le Terre di Asha, alcune persino dalle isole a ovest di Ilenthia, la Terra delle Alte Nubi. 
In uno di essi doveva esserci per forza una buona forgia dove sistemare armi e armature, ma Mohegan non conosceva nessuno di questi avamposti di civiltà. Aveva attraversato quelle zone cacciando draghi e non dava molta importanza alle faccende che non lo riguardavano. Il suo villaggio sorgeva molto distante da dove si trovava ora, praticamente dall’altra parte del mondo.  


Anche la città di Suneltha era considerata una delle nove meraviglie del mondo antico ancora esistenti. Il fiume Ashànd la costeggiava e attraversava, discendendo dalle vette che sorgevano indomite nelle vicinanze. Le case e i palazzi erano stati costruiti con rocce provenienti dalle Montagne Ambrate, del colore della sabbia. Gli edifici avevano forme esili e allungate. Sebbene l'alto numero di abitanti e i fumi densi e scuri provenienti dalle caserme dei Cavalieri di Asha e da alcune case la facessero apparire affollata, le porte, le finestre e i porticati erano decorati da splendidi archi fiammeggianti, lomboati, a ferro di cavallo o a sesto acuto; donavano a ogni angolo della città un aspetto vario ma curato, rendendo l’antica urbe una perla rara, rilucente della maestria architettonica delle epoche passate. 
Le entrate della città erano costituite da alte piramidi di marmo dalle decorazioni dorate, in cima alle quali erano state poste quattro sfere di acciaio, silenziose sentinelle dei possedimenti intorno alla città. Erano state progettate come entrate, ma forse anche come antico strumento di difesa della città stessa. Alte torri svettavano al fianco di palazzi che ospitavano giardini disposti su ampie balconate ricolme di piante tropicali. Grandi piazze abbellite da fontane, statue e monumenti dedicati alla gloria di eroi ezteni e di Cavalieri del passato ospitavano ogni giorno innumerevoli creature provenienti da tutte le Terre di Asha. 
Ma la città stessa ospitava un’altra meraviglia del mondo antico che si stagliava sul profilo urbano come un monolite imperante, dall’aspetto meravigliosamente raffinato. 
Le Biblioteche di Suneltha erano conosciute in tutte le Terre di Asha. Le dimensioni dell’edificio che le ospitava non avevano pari; si ergeva ancora a protezione dei valori della cultura e della conoscenza, in un mondo che andava dirigendosi verso l’indifferenza e l’ignoranza. Era un palazzo dalla pianta circolare, di venti piani di cui dieci decorati da colonnati intervallati da altri dieci costellati da vetrate legate a piombo che narravano leggende e storie mitologiche delle Terre di Asha. Intorno al palazzo, c’erano sei torri collegate alle Biblioteche da alti ponti che sorvolavano gli abitati, anch’esse adornate da colonne e finestre. 
All’interno dell’edificio, altissime librerie di ebano e mogano, impreziosite da ampie balconate sulle quali c’erano tavoli e sedie a disposizione dei visitatori, correvano intersecandosi come le pareti di un labirinto. Ogni libreria era alta decine di metri e costituita di solido legno proveniente dai Boschi Azzurri, intagliato e decorato. Chi aveva visitato quel luogo millenario, raccontava di aver camminato in sconfinati spazi di cui non si indovinava il termine, come in un’architettonica metafora delle infinite conoscenze custodite.


Amstha era in preda alle fiamme. Schiere di elemendraghi sorvolavano i tetti delle case e dei palazzi, sputando fuoco e devastando ogni cosa. Mohegan aveva con sé la spada e l’inseparabile alabarda a due lame. Null’altro. Aveva indossato l’armatura di pelle di drago e si era gettato nella folle corsa che lo avrebbe condotto alla battaglia. 
Quando era ormai vicino all’entrata, un Artigliato delle Caverne e un Carbonifero delle Ceneri gli si scagliarono contro, cavalcati da drolt che gridavano agguerriti. Mohegan non aveva mai visto degli elemendraghi in quello stato: sembravano avvelenati, controllati da qualche incantesimo. Guardò i drolt con odio: non conosceva quelle ripugnanti creature, ma il primo istinto che lo colse fu quello di liberarsene. 
Quando le vide volare verso di lui, gli puntò contro l’alabarda. L’Artigliato gli passò sopra e Mohegan riuscì a ferirlo al ventre. Volò via, gridando inferocito. Il Carbonifero delle Ceneri lo raggiunse, atterrandogli vicino. La bestia cercò di addentare il collo di Gahul, ma il destriero lo colpì con gli zoccoli anteriori e lo allontanò da sé. Il drago cercò di alzarsi in volo, ma in quel momento Mohegan gli trafisse un’ala, squarciandola e impedendogli così di muoversi. Scese da cavallo e provò ad avvicinarsi al drago che tentò di addentarlo. Quando il muso dell’animale fu abbastanza vicino, il cacciatore lo colpì di taglio e lo scansò, avvicinandosi al drolt che lo cavalcava. La creatura delle caverne gli ringhiò contro e lo attaccò con la spada arrugginita. Mohegan parò i colpi, mentre tendeva calci al drago che tentava di azzannarlo. Il drolt colse di sorpresa il cacciatore, calò su di lui la lama graffiandogli un braccio. Mohegan approfittò del movimento del nemico per raggiungerlo sulla groppa dell’elemendrago. Lasciò l’alabarda, prese le redini e le girò intorno al collo del drolt fino a strangolarlo. Il Carbonifero si dimenò e, quando il drolt emise il suo ultimo respiro, Mohegan impugnò la spada e trapassò il muso della bestia perforandogli il cranio dall’alto. Aveva la pelle spessa e coriacea e il cacciatore dovette affondare la lama con forza prima di riuscire a ucciderla. Il rettile stramazzò al suolo, un ultimo sbuffo di fiamme uscì dalla bocca. 
Quando il cacciatore si voltò, vide che l’Artigliato delle Caverne stava ancora attaccando Gahul che lo teneva a bada con gli zoccoli, assestando colpi ben piazzati alle fauci infuocate. Mohegan, coperto di fango e sangue di drago, si gettò verso la bestia che si accorse di lui troppo tardi; dopo avergli squarciato le ali con la spada gli salì in groppa, disarcionando il drolt che lo cavalcava. Lo gettò giù dalla sella facendolo precipitare sotto gli zoccoli di Gahul. 
In sella al drago, il cacciatore menò colpi al collo dell’animale che cercava di disarcionarlo, di addentarlo e di sputargli contro il fuoco che divampava dalle sue interiora. Mohegan strinse la spada tra le mani e continuò a colpirlo, mentre schizzi di sangue freddo gli bagnavano il volto insudiciato. Alzò la lama e la infilzò tra la scapola e le costole del rettile, che ruggì disperato. La estrasse dalla schiena e la infilzò dalla parte opposta, trafiggendogli il cuore. Il rettile strinse i denti e sputò una bardata di fiamme e sangue che ricadde a terra come una scura pioggia umida. Stramazzò al suolo e non emise più alcun rumore. 
Il cacciatore rimase in sella alla creatura, trasse un respiro e si voltò verso la città.  
Il legno delle porte ardeva nel fuoco scaturito dalla gola dei draghi e, attraverso i bastioni socchiusi a meridione, si vedevano alte fiamme bruciare e la gente in preda al panico correre via, cercando di mettersi in salvo. Mohegan contò almeno altri cento draghi come quelli che aveva appena ucciso. Corse alle porte e le spalancò per aiutare la gente a fuggire. 


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