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giovedì 29 novembre 2018

Blog Tour Dark Zone: I figli di Danu e la Confraternita di Melissa Pratelli - Lo spirito della Valchiria di Debora Mayfair


Dovevo fare qualcosa, subito. La mia mente era tornata lucida, ma il mio corpo? Quello non ne voleva sapere di muoversi, dannazione. Provai a dire qualcosa, ma mi uscirono solo dei mugugni appena udibili. Mi serviva il mio potere.
Concentrati, Lee…
Spensi il cervello, come mi aveva detto Angus, e provai a sentire. Il mio cuore batteva veloce, spaventato da quell’aggressione che sarebbe finita male, se non avessi fatto subito qualcosa.
Sentire.
Le mani mi formicolarono e un tiepido guizzo di energia mi percorse il braccio, fino a raggiungere il petto.
Sentire.
Era lì, si addensava sul mio cuore e si tendeva come un elastico pronto a scattare.
Ancora un po’…
Espirai di colpo e sbarrai gli occhi. La mia barriera protettiva venne rilasciata con forza, creando uno scudo appena visibile che catapultò il ragazzo che mi aveva aggredita a diversi metri di distanza.


«Ciao.»
Nathan mi stava di fronte, alto e bellissimo come sempre. Sembrava affannato e il suo sguardo era così intenso che avevo la sensazione che potesse attraversare ogni strato di me e arrivare a vedermi l’anima.
Il cuore cominciò a battermi più forte.
«Davon non c’è», dissi, sperando di tagliare corto e tornarmene al sicuro. Feci per chiudere la porta, ma Nathan la bloccò. Appoggiò la mano sul legno con così tanta forza che persi la presa sulla maniglia. La porta si spalancò, sbattendo contro il muro.
«Non sono qui per Davon», replicò facendo un passo avanti, «sono qui per te.»
A quel punto non ero più sicura di poter respirare. I suoi occhi mi incatenavano, mandandomi in tilt i neuroni.
«P-perché?»
Sollevò una mano e fece per accarezzarmi il viso, ma si bloccò a mezz’aria, aggrottando le sopracciglia. Era come se il suo corpo avesse reagito in modo impulsivo, ma la sua mente l’avesse fermato. Strinse il pugno e fece scivolare il braccio lungo il fianco.
«Stai bene? Chris mi ha detto che sei stata aggredita e volevo vedere se…» si interruppe. Una ruga gli increspò la fronte e lui abbassò lo sguardo, confuso.
Ma che diavolo stava succedendo?
Stavo cercando di venire a capo di quell’assurda situazione e registrai con un secondo di ritardo il suo movimento repentino.
Nathan mi avvolse con un braccio e mi tirò contro il proprio petto, stringendomi in un abbraccio che credevo non avrei mai più ricevuto. Il cuore mi saltò in gola e poi cominciò a dimenarsi, come impazzito. Il mio corpo cominciò a tremare, mentre gli appoggiavo le mani sul petto e inspiravo il suo profumo dolce e familiare. La vista si appannò e il respiro si fece irregolare.
Perché doveva essere tutto così difficile? Perché doveva fare così male? Desideravo solo stringerlo a mia volta, fosse stato anche solo per un istante, anche solo per quella volta. Non potevo lasciarmi andare.
Una rinuncia è una rinuncia.

«Non posso farlo e lo sai», ammetto, stendendomi sulla sabbia per guardare le stelle.

Étienne mi raggiunge e mi si stende di fianco, sopra ad alcuni petali di rosa rimasti, cerca la mia mano con la sua e intreccia le nostre dita. Mantenendole allacciate, alza anche il mio braccio e mi indica un puntino luminoso sopra di noi.

«La vedi quella stella? Pulsa più forte delle altre, sembra anche più grande.»

Mi avvicino, spostandomi fino a toccargli il fianco, in modo da vedere dove indicano le nostre dita intrecciate.

«Sì, la vedo. È la stella polare?»

«No, quella è Venere. La stella più luminosa, dopo la Luna. La si vede solo appena cala la notte e prima che sorga il sole. Ti somiglia.»

«Mi somiglia? Non mi sembra di avere nulla in comune con la Dea.»

«Oh no, non parlo della Dea, parlo del pianeta. Appari appena dopo il tramonto e subito prima dell’alba, come se sentissi il bisogno di attraversare i pericoli della notte tutta da sola.» Si porta la mia mano alla bocca, posa un bacio sul dorso. «Ma tu non sei sola. Non dimenticarlo.»

Non sono sola?

Forse potrei provarci. A parlarne con qualcuno, intendo. Con Bianca o con mio fratello.

Oppure potresti lasciarmi il posto!

Il cielo si colora di rosso, mentre un sospiro strozzato mi si blocca in gola e boccheggio in cerca di aria. Immagini truculente mi passano davanti agli occhi, figure dilaniate da una me stessa sorridente e insanguinata, assuefatta allo spirito di Sköll.



Mi stropiccio gli occhi voltandomi sulla schiena, scivolo fra le lenzuola fresche. Allungandomi sul materasso mi accorgo di essere sola.
Qualche spiraglio di luce filtra attraverso le tende della finestra e una fitta di emicrania mi fa strizzare gli occhi. È un peccato che i rovi non aggiustino anche i postumi della sbronza o dell’assunzione di laudano.
«Ehi», Mana mi saluta dalla soglia della camera, indugia lì come ieri sera.
Oggi però non si appoggia allo stipite perché ha un mazzo di fiori in mano.
Un enorme mazzo di papaveri.
«Posso?» chiede.
Annuisco, allungandomi fino a recuperare la maglietta oversize che ieri pomeriggio avevo abbandonato sul pavimento. Sussulto appena quando stendo il braccio, devo essermi stirata un muscolo dormendo in una posizione stupida. Comunque è assurdo che mi chieda se può entrare in camera sua.
Mi metto a sedere sui talloni mentre si avvicina, lui mi posa i fiori sulle gambe, accomodandosi sul bordo del letto accanto a me.
«Carini questi papaveri», dico, fingendo di sorridere mentre guardo gli inquietanti fiori scarlatti spargersi sulle mie cosce, spiccano sulla pelle bianca come macchie di sangue.
Non a caso questo fiore è legato a leggende di guerre e combattimenti.
«Vuoi andartene, vero? Dopo...» tentenna, sospirando appena si accorge che alzo lo sguardo verso di lui.
Accompagnati dal suono delle sue parole, mi tornano alla mente sprazzi della notte scorsa, il ricordo delle sue mani fredde che esplorano il mio corpo.
Lacci.
Abbasso lo sguardo sui miei polsi, segnati dallo stesso tipo di linea rossastra che vedo circondarmi le caviglie. Poso lo sguardo sulla finestra, in cerca di una via d’uscita.
«Lo sapevo, è normale che tu soffra. La prima volta fa sempre un po’ più male delle altre. Se vuoi andartene però non usare la finestra, è pericoloso. Non spaventarti.» Mi prende il viso con una mano, voltandolo in modo da guardarmi negli occhi. «Ehi, sono ancora io.»
«Io…» tentenno, sfuggendo alla sua presa.
Sei ancora tu, questo è certo. Ma chi sei in realtà non lo so.

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