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giovedì 16 aprile 2020

Blog Tour Dark Zone: Antonello Venditti - Davide Stocovaz


Un bruciore lancinante gli invase la testa mentre i denti giganti occupavano il posto del ghiaccio e le bocche enormi quello del bianco. Gridò una formula arcana, forse magia, ma il buio lo divorò. Il suo corpo galleggiava in un mare di tenebre, le sue membra si abbandonavano verso un abisso di oscurità. Era tutto a rovescio, tutto caotico. Il suo respiro era nella sua mente e la sua mente nel suo cuore. L’aria che cercava nel suo boccheggiare era la stessa luce che i suoi occhi desideravano. Un tempo infinito, vuoto, senza ragione, senza pensiero. Il limbo di una follia affollata da mille ragioni. La fine di una vita costellata da mille porte chiuse. Quella era la morte, ma la percepì fino al momento in cui il bruciore nelle viscere fu come la scintilla da cui scaturisce la fiamma della vita e, come una farfalla che rinasce dalla sua crisalide, respirò e tornò a una realtà diversa.


«Se siamo decisi a vivere, dobbiamo essere preparati alla sofferenza, all’infelicità e alla morte, esattamente come lo siamo verso la gioia che la vita può donarci, poiché tutto ciò dà colore all’arte del vivere. Io credo che dobbiate imparare ad accettare e amare anche quella sofferenza, proprio come il nero fa parte dei colori. Potrebbe sembrarvi impossibile, assurdo, ma amare è sempre la soluzione migliore. Potreste trovare la via più adatta per sopravvivere alle ferite e farle lievi. Alcuni sopravvivono ai rovesci di una vita felice, ma si lasciano affliggere. Altri, come già avete accennato, continuano a ostentare le loro ferite come fossero cicatrici di guerra, nobili ferite di una sacra lista piena di torti e offese che bruciano tanto nel cuore come nella memoria. Un fuoco sempre presente, che arde, divampa.» Fece una breve pausa. «È vero quello che dicono gli adulti, sapete? Con il tempo, di quel fuoco rimangono solo piccoli tizzoni roventi che pian piano diventano grigi, polvere di cenere che si disperde nel mondo. In vecchiaia vi ricorderete di quel fuoco, dove è comunque rimasta una leggerissima impronta, dove ha piovuto ed è cresciuta erba.» «Sembra volermi convincere che dovrò prepararmi ad altri dolori e impegnarmi ad amare, sempre e comunque.» Lei sorrise e gli poggiò una mano sulla spalla, guardandolo intensamente, parlando con la sua voce sempre calda: «La vita è anche disinganno, non possiamo negarlo, eppure noi possiamo tentare di non devastare ciò che di bello resta. Il buon saggio sa trarre insegnamento da questo. L’energia che impieghi per vivere è la stessa che usi per compiere il cammino verso la saggezza» sorrise ancora, con un battito lento di ciglia, «è raro che la saggezza non nasca dalle sciagure».
Una strada. Lunga, deserta. 
Una lingua di asfalto che serpeggiava tra i pini mughi e gli abeti della foresta, carichi di neve. Su certi arbusti, questa era così tanto concentrata che piegava gli alberi come corpi di esseri affaticati. 
L’aria era immota e silenziosa. Un silenzio tombale, abissale.
Pace e serenità vennero subito stroncate dal rombo di un motore. 
Si trattava di una Fiat Stilo, dalla carrozzeria di un rosso sbiadito, che divorava l’asfalto facendosi beffe delle curve. Dai finestrini semi-abbassati si alzava una musica rock che tempestava l’aria, squarciandola con la sua ritmica incalzante e i colpi della batteria.
L’automobile procedeva senza esitazioni, puntando verso l’orizzonte, lì dove montagne dai pinnacoli arditi svettavano in contrasto con il cielo azzurro e terso…


La vettura ebbe un sussulto. Marco non aveva visto una buca sul manto stradale e la ruota anteriore ci impattò con forza. Il sobbalzo sorprese il ragazzo, che dischiuse le labbra, quel tanto che bastava per fargli scivolare lo spinello dalla bocca. 
«Cazzo!» esclamò Marco.
Si piegò su se stesso, la mano sinistra sul volante, la destra ad annaspare sotto il sedile in cerca dello spinello. Simona abbassò la cartina e, guardando davanti a sé, sgranò gli occhi dal terrore.
Una marea bianca sbucò dagli alberi alla destra della strada, sradicandoli e travolgendoli. Invase la carreggiata, formando un alto muro bianco. 
«Attento!» gridò.
Marco si alzò. Puntò lo sguardo davanti a sé. Ebbe appena il tempo di rendersi conto di quanto era successo. Preso dal panico sterzò il volante a sinistra. Le ruote abbandonarono l’asfalto e si trovarono a mordere la neve sul ciglio della strada.
All’interno dell’abitacolo, le grida di terrore dei ragazzi sovrastarono la musica rock. Marco cercò di frenare, ma le ruote slittarono sulla neve e il veicolo non sembrò riuscire a diminuire la velocità.
Simona ebbe appena il tempo di prendergli la mano, gliela strinse forte. Poi vide il tronco di un abete stagliarsi oltre al parabrezza e farsi sempre più grande.
L’immagine le strozzò il respiro in gola, tanto da farla ammutolire di colpo.
L’impatto fu violento.
Tutto sembrò svolgersi a rallentatore. Vide il cofano dell’automobile piegarsi in due. Il tronco dell’ abete si aprì un varco nella carrozzeria.
Il parabrezza vibrò e s’infranse in una ragnatela. La vettura venne percorsa da un tremore ed emise cigolii e scricchiolii metallici, simili a lamenti di una creatura in agonia.
La ragazza si sentì sbalzare dal sedile, lanciata in avanti. Sentì la cintura di sicurezza chiudersi in una morsa attorno al suo ventre, spezzandole il respiro.
Per un istante si sentì sospesa in aria. Poi fu tirata indietro con prepotenza, verso il sedile. Quando la schiena lo incontrò, l’impatto le fece sputare tutta l’aria dai polmoni. 
Roteò la testa. Una serie di luci lampeggianti iniziò a vorticarle attorno. Mentre lo stridore del metallo le tempestava i timpani, una coltre nera le calò sugli occhi. 
Di colpo tutti i suoni – cigolii e stridori, grida e lamenti – scomparvero inghiottiti da un silenzio tombale. 
E sovrannaturale.

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