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lunedì 8 febbraio 2021

Blog Tour Dark Zone: Carlo Vincenzi - Debora Mayfair

 



È amore se si è felici per una persona anche se la sua felicità non ci coinvolge, o almeno così mi hanno detto una volta. Non so che nome dare al sentimento che provai quel giorno, a vederlo all’imbocco di una strada che lo avrebbe portato dove avrebbe voluto, ma lontano da me. Perché non avrei voluto che la imboccasse. Non avrei voluto vederlo salire su quell’utilitaria e partire.
Ero abbastanza egoista da soffrire nel vederlo andare via, ma non abbastanza da chiedergli di restare. E così l’avrei perso per sempre. 
Chi l’ha detto che la virtù sta nel mezzo?



Sonia fermò la Smart al centro del parcheggio ghiaiato e suonò il clacson due volte. Salii in quella macchinina che non faceva nulla per far morire d’invidia il mio macinino.
«Neanche i più cafoni oggi strombazzano per far scendere una ragazza» le dissi allacciandomi la cintura. All’interno dell’abitacolo c’era odore di vaniglia, ma non c’era nessun deodorante: proveniva dall’enorme massa di ricci della conducente. Si era risistemata il cespuglio, che alla fine di ogni turno al ristorante sembrava perdere un po’ di vigore e volume. In quel momento lo vidi ergersi in tutta la sua gloria, tanto che per poco non occupava anche il mio posto sul sedile della Smart.
«Non hai idea di quello che possono fare i tuoi ‘più cafoni’. Una volta, a Capo Verde, un ragazzo per farmi uscire mi ha lanciato un ratto dentro la finestra del residence.»
«Se non altro sarai uscita molto in fretta.»
«Ci puoi giurare. Avevo messo la matita a un occhio solo e mi sono sbavata tutto il rossetto da un lato. Sembravo il Joker. Ma lui non ha riso e non mi ha preso in giro» sospirò, lo sguardo perso. «Jorge, che uomo dolce.»
«Sarebbe dolce uno che scaglia roditori in giro?»
«Mi conosceva così bene…»
«Allora? Dove mi porti?» chiesi, temendo la risposta. «Ti avviso che lo stress della giornata mi ha praticamente mangiata viva.»
«Perfetto» disse lei. 
Ingranò la marcia, voltò quella scatoletta e partì a razzo lungo il viale alberato.






Affondo nelle coperte, ancora stordita dai tranquillanti presi ieri. Mi stiracchio sotto al piumone, allungo i piedi fino a farli sbucare in fondo… quando apro gli occhi, mi sfugge un urlo.

«Ehi, sono io!» Un uomo mi zittisce tappandomi la bocca con la mano.

Adam la lascia lì, togliendola solo quando vede che lo riconosco: per qualche istante ho davvero creduto che fosse un ladro. Si siede sul letto e mi guarda mentre lo fisso, sconvolta.

Sto ancora sognando?

Gli tocco un braccio, sembra solido. Gli pizzico l’avambraccio.

«Ahia!»

«Come diavolo hai fatto a intrufolarti in casa mia?!» Mi siedo sul letto, confusa, con la schiena contro alla testiera.

«Intrufolato?» risponde, sorpreso.

«Ti avevo chiuso fuori, ieri… no?»

Poso i gomiti sulle ginocchia, mi cingo la testa con le mani.

Dio, gira tutto…

«Avevi dimenticato la porta aperta, non era chiusa a chiave» spiega in tono di rimprovero, sollevando gli occhiali per stropicciarsi gli occhi. «È pericoloso, te ne rendi conto? Vivi da sola e là fuori è pieno di malviventi pronti ad approfittarsi di te.»

«Mi sembrava di averla chiusa…»

«E allora come avrei fatto a entrare, secondo te?» ribatte, stanco. «Dalla finestra? Forse questa notte sono stato morso da un ragno radioattivo e ho scoperto che da grandi poteri derivano grandi responsabilità» sorride, imbarazzato.

«Non mi prendere in giro. Sei diventato un maniaco psicopatico, forse, non di certo Spiderman!»

«Magari ho scassinato la porta? In ogni caso devo avere delle doti nascoste non indifferenti!»

«Oppure hai fatto una copia delle mie chiavi di casa, quella volta che le hai prese dal mio studio… sai, quello stupido gioco che abbiamo iniziato quel giorno. Tra l’altro, ricordi quanto mi sono arrabbiata? All’epoca non sapevi nemmeno dove abitavo, ma è stato inquietante.»

«Era solo uno stupido scherzo!»




Lo scorso Natale, su suo consiglio, Angelice mi ha regalato una Beretta APX Centurion dalla quale raramente mi separo. Il proprietario del negozio e lo stesso Michael mi hanno assicurato che non ne avrei trovata un’altra tanto maneggevole e comoda. Dice che il focus della linea APX fosse la controllabilità e l’ergonomia: l’asse canna ribassato, la leva arresto otturatore ambidestra, il bottone di sgancio caricatore reversibile, uno scatto netto con un reset del grilletto estremamente corto. Settecento grammi scarsi da vuota. Il telaio serializzato rimovibile al fine di cambiare la tipologia e il colore del fusto. Non che a me interessi, mi basta riuscire a usarla. E che spari.
«Wow, dritto al cuore!» leggo il labiale di Michael, mi sta guardando con un sorriso orgoglioso.
Mi tolgo le cuffie e sollevo gli occhialini protettivi.
«È facile, finché l’obbiettivo non si muove.»
«E finché non respira» mi guarda, serio, posandomi entrambe le mani sulle spalle. «Mi raccomando, non fare sciocchezze, in caso vedessi ancora in giro quel tizio. Chiama la polizia. Ci siamo intesi?»
«Certo. 911.» Gli riservo uno sguardo incolore.
Ripenso al terrore provato quando ho sentito nell’aria il primo degli spari che mi sono piovuti addosso, sei mesi fa. A volte sogno ancora la sensazione dello spostamento d’aria sulla pelle.
Se solo non avessi tardato così tanto a esporre i miei dubbi in merito a quell’uomo a qualcuno… ad Adam o a Michael, magari. O, perché no, alla polizia. Magari a questo punto avrebbero qualcosa in mano contro di lui. Se solo non rovinassi tutto quello che mi passa tra le mani.
«Sono serio, Fleur!» Michael mi distrae dai miei pensieri.
Devo rimanere vigile. Non posso permettere che l’oscurità mi divori di nuovo.
«Giuro che lo farò. Croce sul cuore, che io possa morire» mimo il gesto della croce sul petto.
«Credi che non abbia imparato a riconoscere le menzogne? Ci facevano fare dei corsi apposta. Se continui così ti farai ammazzare» aggiunge Michael, prima di rimettersi gli occhialini protettivi. «Hai notizie di Adam?»
«No. Al lavoro non si è più presentato e si è trasferito, il suo appartamento è vuoto e il cellulare è ancora spento.»

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