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venerdì 28 ottobre 2016

Giornata d'Autore: MIRIAM PALOMBI





Scricchiolii sinistri.
Creature che si nascondono sotto i letti minacciose.
Ombre che si allungano silenziose sulle pareti.
Streghe, Demoni ed Esseri Mostruosi che lasciando le fiabe e le leggende della nostra infanzia e hanno il potere di animare i nostri incubi notturni.
Piccoli Passi nel Buio che vi condurranno fino al cuore nero delle vostre paure.
Siete pronti ad affrontarle?


Una maledizione antica ha originato una scia di sangue che attraversa i secoli. Macabri omicidi rimasti insoluti. La galleria degli uffizi mostra opere d'arte che custodiscono inquietanti rivelazioni nascoste nelle loro pennellate. Un segreto pericoloso, taciuto da alcuni e rincorso da altri, che renderà l'uomo simile agli dei. Un'insidiosa caccia al tesoro disseminata di trappole mortali dalle quali ci si potrà salvare soltanto grazie a astuzia e conoscenza.

Estratti L’Archivio degli Dei Miriam Palombi



L’uomo salì le scale che si snodavano ripide, come le vertebre dorsali di un gigantesco animale. Osservò la propria mano. Tremava.
Si appellò al suo sangue freddo, ma non riuscì a controllare quell’irrefrenabile tremore.
Strinse il corrimano d’ottone, liscio e lucido, un saldo appiglio per quella salita interminabile. 
I gradini erano strette lingue di onice nera, troppo angusti e pericolosi. Era buffo, ma si accorse solo in quel momento, a dispetto di tutte le volte in cui negli anni li aveva percorsi, di non sapere in realtà quanti fossero. 
La discesa in Paradiso e la salita agli Inferi.


Marco afferrò con la punta delle dita quel triangolo di carta piena d’increspature. Poche righe vergate con inchiostro scuro e poi una serie di firme, calligrafie differenti con diverse inclinazioni, alcune quasi incomprensibili che riempivano l’intera pagina. Tutte avevano una cosa in comune: appartenere all’antica famiglia degli Arrighi. 
Marco lesse le parole in calce e tutto fu chiaro.
«Lascio a te, sangue del mio sangue, ogni mia cosa, ogni mio fardello. Che il sangue possa suggellare il patto, come in vita così nella morte. Persevera nella ricerca e non tradire. 
Angiolo Arrighi».
Marco scorse quell’elenco di nomi e in ultimo vi trovò quello di Leone Arrighi, riconoscendo la minuta calligrafia del nonno.
«È tutto vero… il tesoro, la maledizione, ogni cosa».

Aveva permesso che tutto ciò accadesse. Aveva spalancato la porta, sottovalutando il pericolo.  Le creature diaboliche delle leggende slave non erano solo superstizione, ora ne aveva la prova.
Non gli permetterò di entrare…, pensò. 
Subito dopo si portò il pugno chiuso alla bocca, sentì il freddo contatto sulla lingua, sentì il sapore ferroso del metallo, sentì il pezzo di ferro graffiargli il palato e poi scendere giù per la gola.
Aveva ingoiato la chiave. 
Quel vecchio idiota aveva ingoiato la chiave. Non riusciva a crederci, ma non si sarebbe certo fermato. 
Il corpo del frate era a terra, mosso da spasmi incontrollati. Antonioli si alzò, raggiunse l’altare e prese il crocefisso di ferro battuto afferrandolo per la base squadrata.
Brandi l’oggetto sacro come fosse un’arma e, senza esitare, si avvicinò a quel corpo steso al suolo.

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Estratti Piccoli Passi nel Buio


Frammenti di marmo e polvere leggera vennero proiettati nella stanza.
Nella parte bassa della parete si era aperto un foro. Morgan timoroso si chinò per sbirciare nel buco e qualcosa di mostruoso apparve dalla frattura. Era una mano. Si muoveva rattrappita come un uncino, brandendo l’aria nell'intento di afferrare qualcosa, mentre una specie di lamento roco riempì il silenzio. Un’unica nota protratta in modo agghiacciante.
Morgan fece un salto all'indietro proprio nel momento in cui un'altra porzione di muro venne giù sotto l’azione di un nuovo colpo. Ora era possibile vedere un volto rinsecchito e parte del busto. Quell'ammasso di ossa era tenuto insieme da lembi di stoffa logora, muscoli e tendini sfilacciati.
Nonostante fosse chiaro che i tessuti avessero subito un evidente processo di decadimento, quell'essere sembrava tornato direttamente dall'oltretomba. Un morto vivente. Dei brandelli di pelle, scura come cuoio conciato, pendevano dal braccio scheletrico proteso per intero al di fuori dalla crepa. In un guizzo improvviso la creatura afferrò il ratto che era rimasto immobile, paralizzato dal terrore. Lo trattenne con forza, mentre l’animale squittiva e si dimenava furiosamente.
La reazione del mostro fu spaventosa, alzò il viso come se stesse annusando la paura di quella bestia che ormai si sentiva in trappola e poi lo affondò nelle carni grasse del ratto. La bocca si spalancò a dismisura, come se la mandibola fosse slogata, rigurgitando grosse manciate di terra. Il terriccio si 
mischiò al sangue che sgorgava dalle carni straziate del ratto, trasformandosi in fango limaccioso e tingendo come inchiostro la mano scheletrica.
Una volta terminato quel pasto disgustoso, lo zombie fissò Morgan con gli occhi velati da una patina biancastra. I denti iniziarono a battere tra loro, pronti a mordere di nuovo e strisciò fuori dal buco arrancando come un insetto.




Gli alambicchi si erano infranti e i vapori solforosi si erano sollevati dal suolo. Era stato afferrato. In tre lo avevano sorpreso alle spalle. Aveva cercato di divincolarsi, ma era stato inutile. Le sue mani rattrappite erano state fermate nell’atto di compiere l’opera, i suoi aggressori erano certi che sarebbe stato incapace di nuocere, ora. La sua lingua aveva cominciato a sibilare parole che sembravano attorcigliarsi come le spire di un serpente. Erano maledizioni, scagliati contro coloro che lo avevano fermato. I suoi aggressori, terrorizzati da quel linguaggio oscuro, gli afferrarono la lingua, la tirarono con forza fuori dalla bocca. Il muscolo carnoso, in tensione, divenne un troncone bluastro, poi fu mozzato di netto. Il moncone rientrò in gola e il sangue gorgogliando quasi lo soffocò. Quel liquido denso e caldo gli uscì dalla bocca in un fiotto violento e il volto del suo carnefice si tinse di rosso, facendolo indietreggiare. Ora non poteva più proferire parola. Quei suoni afoni si trasformarono in un lamento gutturale da bestia ferita.


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