martedì 5 maggio 2026

GOD OF RUIN ( LEGACY OF GODS vol. 4) di Rina Kent


Landon King è un artista geniale, un ragazzo ricco e snob.
E il mio peggiore incubo.

Mia Sokolov è in cerca di vendetta. Il mondo può anche vedere in lei una ragazza traumatizzata, ma nessuno può prendersela con la sua famiglia e passarla liscia.
Un piano accurato, un’esecuzione precisa, fine della storia.
Peccato che l’obiettivo del piano non sia d’accordo.
Landon King è un genio, abituato a manipolare le persone come pezzi su una scacchiera.
Peccato che la donna che lo sta sfidando non sia disposta a essere la pedina di nessuno.
Uno scontro di volontà elettrico, carico di ostilità, che accende un desiderio oscuro. Due anime ferite che lottano, contro se stessi e contro l’altro.
Landon non si fermerà finché non avrà ottenuto la resa di Mia, la sua rovina.
Il dilemma è: chi cadrà per primo?

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Agli psicopatici,
con la speranza di godere della loro compagnia nei romanzi,
ma di non incontrarli ma nella vita reale.

Mie care Cosmo, ecco la dedica della Regina, l'Imperatrice assoluta, star del mio cuore, Rina Kent.
E già da qui si capisce tutto. La Kent non sta chiedendo il permesso, non sta cercando di rendere il suo libro “accettabile”, non sta addolcendo nulla. Ti sta dicendo: questo è il tipo di storia che troverai qui dentro. Ti piace? Bene. Non ti piace? Nessuno ti obbliga: ciao, adieu, stammi bene.
E onestamente? Ha ragione. Perché il punto del dark romance è esattamente questo: esplorare il lato più disturbante, ossessivo, moralmente ambiguo delle relazioni nella finzione, con la piena consapevolezza che certe dinamiche funzionano solo sulla carta.
Ci piacciono gli psicopatici… finché restano tra le pagine e tutta la polemica che gira da anni sul genere (“è problematico”, “romanticizza cose sbagliate”, “manda messaggi negativi”) a un certo punto diventa anche stancante. Mi dispiace, dovevo dirlo! Insomma, non tutto deve essere educativo, non tutto deve essere un modello: a volte, una storia è semplicemente una storia.
Se entri in un dark romance aspettandoti relazioni sane e lineari, forse stai proprio leggendo il libro sbagliato. Quindi posa questo libro e lascia perdere, se non sei pronta a un viaggio nella depravazione.
God of Ruin di Rina Kent è esattamente il motivo per cui continuo a tornare al dark romance: eccessivo, disturbante, magnetico… e completamente impossibile da lasciare.
Con la Kent è sempre come tornare a casa: una casa un po’ disturbata, caotica, moralmente discutibile… ma pur sempre casa.
Da una parte abbiamo Landon King, figlio di Levi King e Astrid Clifford (protagonisti di Cruel King, il primo libro della Kent che ho letto e che continuo ad amare alla follia). Dall’altra Mia Sokolov (figlia di Kyle Hunter e Rai Sokolov, principessina della mafia russa, gemella di Maya e sorellina minore di Nikolai).
Siamo a Brighton Island, un microcosmo che chi segue la serie conosce bene: due università, due mondi. La King’s U, americana, con le sue dinamiche tra Pagani (di cui fa parte Mia) e Serpenti. E la Royal Elite, inglese, casa di Landon. Ed è proprio qui che tutto inizia.

Lì dentro si nasconde un pericolo sinistro, camuffato dietro un aspetto abbagliante.
E stasera?
Azzannerò alla gola quel pericolo e lo metterò in ginocchio, cazzo.

Mia si intrufola nella dimora della Royal Elite con un unico obiettivo: vendicare suo fratello Nikolai. Non si aspetta di essere beccata proprio da Landon. Eppure succede.

Mi blocco quando il mio sguardo incrocia due occhi azzurro scuro.
Occhi familiari.
Gli occhi del mio nemico, l'oggetto della mia vendetta.
Quel cazzo di Landon King.

Ma il colpo riesce, e lei è convinta di essere riuscita a farla franca.
Spoiler: non è così.
Quando Landon ricompare nel suo club di scacchi preferito, è chiaro che non ha dimenticato. Anzi. Sembra voler giocare, e vincere, a modo suo.
E poi succede qualcosa che cambia tutto.

E anche se poterebbe obiettare che siamo diversi, indossa la stessa maschera che indosso io.
Perché, anche lei potrebbe avere un mostro dentro di sé.
E io dovrò ucciderlo e farlo a pezzi, perché Mia mi serve solo come statua. 

Durante un attacco di panico, Mia crolla. La sua è una storia profondamente segnata: soffre di mutismo selettivo, non parla da quando aveva otto anni, dopo un evento traumatico che l’ha portata a chiudersi completamente. Ed è proprio in quel momento di vulnerabilità che Landon la guarda davvero, per la prima volta e la chiama Musa.
Landon King è uno dei personaggi più affascinanti e disturbanti che la Kent abbia mai scritto, molto più di Killian Carson (God of Malice). Un genio artistico incapace di sentirsi soddisfatto delle proprie opere, un sociopatico, psicopatico, con tratti di disturbo narcisistico della personalità. Ha imparato a imitare le emozioni, a integrarsi, a sembrare “normale”. Ma in realtà non riesce a legarsi a nessuno. Nemmeno ai suoi fratelli. Fino a Mia.
Perché con lei qualcosa cambia. O forse no... forse è solo un’ossessione diversa, più intensa, più totalizzante.
Impara la lingua dei segni americana per lei, la trasforma nella protagonista di tutte le sue opere, la trascina nel suo mondo, nella sua rete, senza lasciarle via di fuga.
La loro relazione è tutto ciò che un dark romance dovrebbe essere: sbagliata, intensa, disturbante, magnetica. Le scene di sesso sono crude, a tratti scioccanti, ma anche incredibilmente sensuali, non sono per tutti (per favore, leggete i trigger warning se siete sensibili).


C’è però una cosa che voglio dire, ed è una considerazione totalmente personale Arrivata verso la fine, nel POV di Kyle, ho avuto una sensazione stranissima di déjà-vu. Non in senso negativo puro, ma proprio quella familiarità quasi troppo precisa, come se stessi leggendo qualcosa che avevo già attraversato emotivamente con altri personaggi della serie. Le sue reazioni, il modo in cui vive la situazione, quel tipo di protezione quasi viscerale, l'odio verso Landon: tutto mi ha ricordato tantissimo i POV degli altri padri. Ed è lì che ho percepito chiaramente uno schema. Rina Kent tende a costruire certe dinamiche emotive in modo ricorrente, soprattutto quando si tratta delle figure genitoriali: uomini potenti, spigolosi, spesso moralmente discutibili, ma che davanti ai figli si muovono sempre su quella linea sottile tra controllo, protezione e vulnerabilità.
Da un lato, questa ripetitività si sente. Non è qualcosa che si può ignorare, soprattutto se hai letto più libri della serie; dall’altro, è anche parte del “marchio Kent”.
Perché, paradossalmente, quella familiarità non mi ha infastidita davvero. È come ritrovare un pattern che conosci, una dinamica che sai già ti colpirà in un certo modo. Forse non sorprende, ma funziona. E continua a funzionare.
God of Ruin è ossessione pura. È uno di quei libri che divori, che ti restano addosso, che ti fanno accettare il fatto che certe storie funzionano solo nella finzione… e meno male!
Se non siete pronti alla depravazione, questo libro non fa per voi.
Io lo ero. E l’ho amato completamente.
Ora, avanti col prossimo, cara Hope Edizioni!
Buona lettura Cosmo!


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