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venerdì 11 marzo 2016

TUTTO MA NON IL MIO TAILLEUR di Cecile Bertod



Trudy Watts ha tutto quello che ha sempre sognato: un lavoro in banca che la soddisfa, un ragazzo fantastico e un appartamento in una delle zone più alla moda di Londra. Non cambierebbe nulla, neanche gli orari impossibili in ufficio. Dopo sei anni dalla sua assunzione, quando ormai sembra stia per arrivare la tanto attesa promozione e il suo matrimonio con Horace è vicino ecco che la catastrofe le piomba addosso. E Trudy viene trasferita in una sperduta cittadina della Scozia. L’arrivo è traumatico: detesta tutto e tutti e desidera solo scappare via. L’unico luogo in cui rifugiarsi è un piccolo pub, il cui giovane proprietario si diverte non poco a punzecchiarla. Ed è proprio lì che forse, improvvisamente, la sua vita cambierà.

Il tailleur. Tailleur e chignon aprono qualsiasi porta.

Quando si riesce a leggere in tre ore un romanzo senza deconcentrarsi, vuol dire solo una cosa, e cioè che il succitato libro è gradevole e non cervellotico. Inutile dire che ho trovato la storia fresca e frizzante e i personaggi, ma proprio tutti, all’altezza della situazione. Ma andiamo con ordine. Ci troviamo a Londra, quartieri alti. Trudy Watts è una ragazza che dire fortunata è riduttivo. Lavora in banca, è rispettata e sta per sposarsi con un avvocato di grido, Horace Hooper con il quale ha una relazione, a suo dire, perfetta. 


Il nostro è un legame
oggettivamente produttivo, stabile, razionale e questi sono
i presupposti ideali per un matrimonio felice. Sfatiamo questo
maledetto mito del colpo di fulmine, dell’amore da film strappalacrime,
della passione travolgente.

Cosa si può chiedere di più alla vita? Purtroppo però, come sempre accade in questi casi, il destino si dimostra un rompipalle dispettoso ed ecco che basta voltare l’angolo, abbassare la guardia per un nanosecondo e zack!, ci si accorge che la fortezza costruita per proteggerci con il sudore della fronte e anni e anni di impegni, promesse, compromessi eccetera, eccetera, tanto solida non è. Basta solo uno sgambetto, tanto semplice quanto prevedibile, e tutte le certezze di una vita si sgretolano in un battibaleno, lasciandoci sguarniti e alla mercé degli eventi. Così la nostra Trudy, una volta aperti gli occhi e realizzato che ciò che credeva oro, in realtà brilla meno di un volgare pezzo di latta, (capirete solo leggendo il libro a cosa mi sto riferendo), reagisce nel modo più ovvio possibile. E si ritrova a dover gestire un trasferimento in un paesino sperduto nella campagna scozzese, ad occuparsi della filiale locale per trovare una soluzione e impedirne la vendita. Ha sei mesi per risolvere il problema, recuperare l’ammanco di denaro e salvare gli impiegati dal licenziamento sicuro.
Immaginate voi al posto suo. Vi sfido a dire il contrario, ma sono fermamente convinta che vi comportereste esattamente come lei. Come? Lasciandovi prendere dal panico più assoluto.


Non so più chi sono.Non so dove sono.Non so cosa sto facendo.

 Beh, come biasimarla? Sola, al centro del nulla, lei che ama vestirsi di tutto punto per sentirsi sempre impeccabile così da rendere chiaro il messaggio, è costretta a fare i conti con una nuova realtà che non le appartiene e, cosa ancora più preoccupante, deve interagire per forza con gli indigeni. No, è decisamente troppo! Comunque sia, la nostra eroina si arma di santa pazienza e, superato il momento dell’impatto, inizia con piglio giusto il suo compito, decisa a portarlo a termine prima dei tempi stabiliti. Tutto pur di tornare a casa il più presto possibile. 

Se indossi un tailleur, stai implicitamente affermando di essere tu il centro del tuo universo.
 Ma l’impresa non sarà priva di ostacoli e troppe cose accadranno prima di arrivare alla fine della missione. Ce la farà, non ce la farà? Quanto le costerà? Lo scoprirete solo leggendo.
E veniamo ai personaggi: tutti ben delineati e stupendi, dai principali a quelli secondari. Mi soffermerò però sui principali. Trudy è semplicemente fantastica, dal carattere forte e volitivo, non si perde d’animo davanti alle avversità, accusa il colpo, è vero, ma è in grado di reagire e di ripartire dando sempre il massimo. È una donna con le idee chiare e anche se qualche volta può risultare snob, non diventa mai antipatica. Descritta come un’insensibile, dedita solo alla carriera, Trudy riesce a stupirci smentendo ogni pensiero. Anche lei, infatti, ha un cuore e quando lo mostra e lascia libere le emozioni, raggiunge quasi la perfezione. Non si può non parteggiare per lei, sostenere le sue battaglie e comprendere le sue prese di posizione. Il lettore le sta accanto, anche quando si accanisce contro il povero passante, reo soltanto di volerle strappare un sorriso regalandole un “buongiorno”, o quando se ne infischia delle preoccupazioni dei poveri impiegati, del mutuo da pagare, o della rata della scuola, nascondendo loro la verità e pensando piuttosto al suo tornaconto. Trudy avrà inoltre il nostro appoggio incondizionato con tanto di striscione di evviva e fuochi d’artificio nel suo rapporto con gli uomini a cominciare da Horace per finire con Ethan, il bel figo palestrato, proprietario del pub del paese nonché suo padrone di casa. E non dimentichiamo la signora Cox, l’arcigna vedova alle prese con i pettegolezzi dei media e con le minacce e l’ingratitudine dei figli. I dialoghi tra le due sono meravigliosi. E non potrebbe essere diversamente visto che stiamo parlando di due donne intelligenti a confronto, una di fronte all’altra, senza peli sulla lingua né timore reverenziale che tenga. Assolutamente superlative!


A quel punto mi chiede
con velato scetticismo: «Signorina Watts, crede davvero che
questi stupidi giochetti le faranno ottenere quello che vuole?».
Io sorrido, controllo l’orologio e le rispondo: «Le do dieci
minuti per cambiarsi. Se non la vedo uscire entro le otto, la
lascio qui. La consideri un’offerta non negoziabile».


Come fantastico ed esilarante è il rapporto di Trudy con Ethan. Ah, che meraviglia! Qui il sospiro ci sta tutto. Finalmente un uomo che non si lascia intimidire dai suoi modi aristocratici, ma ribatte colpo su colpo sfidandola a un duello che entusiasma. 
Ethan rappresenta il nemico da combattere, l’uomo da tenere a distanza, l’amico confidente, il vicino rumoroso e sexy, il collezionista di pupe da cui guardarsi. Lui è allegro, simpatico, bello, intelligente, e soprattutto discreto. Sa qual è il suo posto e non fa fatica a farsi da parte e a lasciare a Trudy lo spazio necessario. È un uomo tutt’altro che facile da capire perché nonostante il carattere schietto, a volte per i suoi modi, risulta un po’ troppo aspro e diretto, a volte criptico e spiazzante. Ma forse proprio per questo (oltre che per il suo prorompente fisico, ovvio), fin da subito, riesce ad accalappiare le simpatie delle lettrici. Il suo modo di proporsi non è strafottente, da uomo che non deve chiedere mai, per intenderci. No, Ethan ci viene descritto come uno normale, tranquillo, che sa divertirsi e far divertire. Un uomo autentico, insomma, bello fuori e dentro. 

«Sicura di sentirti bene? Vuoi che chiami l’ambulanza?»«Stupido!».«Roar… Lo sai che mi eccito quando mi insulti», continua a scherzare, beccandosi un tovagliolo accartocciato in pieno viso.

Lo stile dei dialoghi e del racconto è di quelli che lasciano il segno, puntuale, fresco, frizzante e molto esilarante. Il romanzo è divertente, a volte irriverente, potrei definirlo educato con una punta di sensualità che se anche accennata, si avverte bene e aiuta a completarlo.
Consigliatissimo! 


Intervista Cecile Bertod 
a cura di Veronica

1) Come è nata l'idea di "Tutto ma non il mio tailleur"? Hai previsto un sequel per questo tuo romanzo?
Tutto ma non il mio tailleur è nato dal finale. Ascoltavo una canzone anni ’90 che avevo riscoperto da qualche tempo. Love song. Non so se capita anche a voi, ma quando sento una canzone, una qualsiasi canzone, inizio ad attribuirle immagini, a volte scene di vissuto. A prescindere dal testo, immaginai fosse una dichiarazione d’amore. Un certo tipo di dichiarazione d’amore. Difficoltosa, impacciata, goffa. Una persona che se potesse si schiaccerebbe cocchi sulle gengive pur di non tirare fuori quello che prova, ma che in qualche modo non può, non riesce a trattenersi. Chissà poi perché? Forse quel modo di singhiozzare del testo, non lo so… Comunque, trovata la dichiarazione, di cui non parlo per non fare spoiler, iniziai a chiedermi chi poteva essere la persona, perché si fosse espressa proprio in quel modo. E, a volte le trame sono autonome, non so come ci si tuffò di mezzo la mia vita. Da poco mi ero trasferita da Napoli in un piccolo paesino del Molise, vi lascio immaginare il trauma. Pecore. Pecore. Ancora pecore. Da lì l’idea di questa donna perfettamente integrata nella sua città, tutta carriera, lavoro, che d’un tratto si ritrova trapiantata nel nulla. Un piccolissimo paesino della Scozia distante anni luce dal suo stile di vita abituale. Per quanto riguarda i sequel, io non ne scrivo mai. Per me una storia nasce, si sviluppa e finisce. Detesto quei racconti infiniti. Sono storie d’amore, per continuarle vuol dire che o si lasciano, o litigano… Tutte cose che non voglio leggere, perché per me quando due si dicono “ti amo” è come se mi dichiarassero nero su bianco che almeno di loro non devo più preoccuparmi. Vivono da qualche parte felici e contenti. Cosa che mi rassicura sempre tantissimo.

2) Come mai, come teatro della tua opera, hai scelto Turriff, la cittadina scozzese in cui Trudy si trasferisce dalla caotica Londra? 
Ero in cerca di qualcosa di simile al paesino in cui ero finita e la Scozia offriva davvero una miriade di piccoli centri immersi nel verde. Così andai su Google Maps e iniziai a dare un’occhiatina in giro. Vagavo senza meta sul satellitare e poi lo trovai. Turriff… Lo ammetto, mi innamorai subito del nome perché era buffo, perfetto per una commedia. Entrai di corsa su Wikipedia e iniziai a leggere: parrocchia, comitato cittadino, cinquemila abitanti. Cavolo, era fantastico. Ero così su di giri che riportai tutto così com’era scritto. Turriff, piccolo centro, cinquemila abitanti, cottage…  E più leggevo più mi sentivo Trudy. Non c’era neanche bisogno di immaginarsela. Se l’avessi letta io quella pagina… Dio, avrei dato di matto. E poi la fiera. Quando lessi che ogni anno per tradizione organizzavano una sagra con tutti i loro prodotti locali mi dissi: È lui! E difatti…

3) Trudy e Ethan, impiegata di banca in carriera e il barista sexy/rock, due mondi così diversi che più diversi non potrebbero essere. Pensi che la teoria dei poli opposti che si attraggono sia uno degli elementi chiave per il successo di un romanzo?
In realtà non tanto, nel senso… Poi subentra la vita vera, quella non scritta, fatta di quotidianità e dubito che due persone così diverse riuscirebbero a confrontarsi, superata la passione iniziale, nella gestione dei piccoli e grandi problemi che, salvo botte di culo ancestrali, periodicamente ci costellano la vita di parolacce e invocazioni più o meno sentite del Tristo Mietitore. Il punto è che non è mai detto, perché qualche volta accade. La vita è talmente imprevedibile che la mia ritrosia nel crederlo fattibile potrebbe tranquillamente essere contraddetta dai fatti. E allora è per questo che è bello scrivere, anche per scardinare quello di cui si è convinti, cercando di immaginare come potrebbe essere se solo…

4) Una delle qualità che più apprezzo in un autore è l'attribuzione di personalità molto differenti fra loro per i personaggi di ogni suo romanzo. Nel tuo caso, però, qual è (se c'è) il filo conduttore che li lega l'uno con l'altro, è qual è invece la caratteristica (fisica e non) con cui mai nella vita vestiresti uno dei tuoi personaggi?
L’unico filo conduttore che vedo tra tutti i miei personaggi, che siano uomini, donne, principali, secondari, sono le mie esperienze. In ogni figura c’è un ricordo, un pensiero, un’immagine del mio oggi, del mio ieri. A volte anche di quelli che sono stati i miei sogni. Scrivo senza pensare, poi magari rileggo e mi dico: “Ma tu guarda cosa ho detto qui!”. La caratteristica con cui mai vestirei uno dei miei personaggi… Non lo so. Nel senso, ogni carattere o aspetto è rilevante ai fini di una trama, porsi dei limiti sulle caratterizzazioni significa porseli nella costruzione di una storia. Ad esempio, ragiono per assurdo, un pedofilo, un assassino. Sono figure complesse che possono, se affrontate con realismo, creare problemi in chi legge, ma anche in chi scrive. So di libri ritirati per scene ritenute “non in linea con la politica del…”. Ci sono libri che ricevono feroci critiche perché il personaggio fa cose che il lettore ritiene ingiuste, anche depravate certe volte. Il punto è che un conto è l’autore, un conto la storia, un conto i personaggi. Guardo a cosa sto cercando di dire, non a chi possa o meno piacere, partendo dal presupposto che, se anche non dovesse star bene a qualcuno, quel qualcuno è sempre libero di chiudere. Pretendo la sua stessa libertà di scelta quando scrivo. 

5) Uno degli aggettivi ricorrenti fra le recensioni dei tuoi romanzi è "brillante". Senti questo aggettivo un po' come il tuo "tailleur" oppure preferiresti che venissero apprezzate principalmente altre qualità della tua scrittura?
Lo scopo dei miei libri è principalmente quello di far passare un paio d’ore spensierate. Non riesco a sentirmi brillante, opaca, mi sento semplicemente me, pur riconoscendo con oggettività di essere una persona che tende a ironizzare su tutto e protende deliberatamente verso il sarcasmo. Se mi dicono che sono brillante vuol dire che è andata bene, ma tanto ci sarà sempre qualcun altro a cui invece non sembrerà così. L’ironia è un campo minato, rischi anche involontariamente di offendere o di risultare saccente, arrogante. Il punto è che quello che faccio mi piace, quindi accetto pro e contro e più che preferire che venisse apprezzato il resto, direi che mi piacerebbe non ci fosse solo quello. Spero di riuscire, anche se trattando storie semplici, quotidiane, di far passare anche un po’ di me. Di quello che provo. 

6) Le 3 cose che più ami e quelle che più odi.
Mmm… Amo Colin Morgan, i bulldog e i pigiami messi a scaldare sul termosifone. Odio il freddo, la presunzione e Beyoncè.

7) Chi è Cecile Bertod e quali sono i suoi progetti per l'immediato futuro?
Cecile Bertod è la persona che vorrei essere, che provo costantemente a diventare combattendo con tutte le mie paranoie, insicurezze e incapacità. Progetti futuri vorrei dirvi che spero solo di trovare un po’ di serenità, riscoprire il piacere delle piccole cose, bla, bla, bla ma in realtà vorrei diventare milionaria, stragnocca e incredibilmente fotogenica. 




Cecile Bertod ha trent’anni, è una restauratrice archeologica e vive a Napoli. Tra un restauro e l’altro, ama leggere. Ha iniziato a scrivere con un fantasy, poi ha proseguito con il rosa. Nutre una certa avversione per i nerd, le cene alla romana e la piastra per i capelli. La Newton Compton ha già pubblicato, con notevole successo, Non mi piaci ma ti amo. Tutto ma non il mio tailleur, nella sua versione autopubblicata, è stato per mesi in vetta alle classifiche degli store online. Per sapere di più su di lei, www.cecilebertod.it

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