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venerdì 19 febbraio 2016

I NOSTRI GIORNI INFINITI di Claire Fuller



Highgate, Londra, novembre 1985: "Stamattina in fondo al cassetto dello scrittoio ho trovato una fotografia in bianco e nero di mio padre. Non sembrava un bugiardo".



L'estate del 1976 in cui viene scattata quella fotografia, Peggy Hillcoat ha otto anni e suo padre ha appena trasformato la cantina di casa in un rifugio antiatomico e passa il tempo a scrivere elenchi di oggetti indispensabili da portare là sotto, per la sopravvivenza della famiglia. Quando i preparativi sono quasi finiti, ha inizio la fase di addestramento di Peggy: un gioco che ben presto si rivela fin troppo serio, al punto che un giorno suo padre la strappa dalla sua vita londinese per trascinarla in una strana vacanza. Ma niente spiagge o castelli di sabbia, solo un sentiero completamente invaso dai cespugli che sembrano dire "questa strada non è per umani". Una vacanza in una baita nel mezzo della Foresta Nera destinata a durare anni. Perché quello che suo padre vuole fare è salvare Peggy da un pericolo imminente: la fine del mondo.
Sola con lui nei boschi, dove i giochi avventurosi si trasformano a volte in rituali violenti e incomprensibili, Peggy si convincerà che il mondo oltre la foresta è scomparso e che suo padre, la natura selvaggia e la lotta per sopravvivere agli inverni sono tutto ciò che le resta. Per nove anni.

Nel 1985 Peggy Hillcoat torna a casa. Ma cosa è accaduto davvero in quei boschi? Qual è stata l'immensa favola architettata affinché lei credesse alle paure di suo padre? E soprattutto perché è di nuovo a casa?


                                  

Dopo aver lasciato sedimentare questa storia, sono pronta a recensirla per voi.

Premetto che è una storia intensa, che lascia anche un po' sgomenti, come ogni thriller che si rispetti. Perché parla di parti in ombra, di follia e amenità varie che attraggono la nostra attenzione, seppur sconvolgendoci quando cogliamo la verità nascosta aldilà delle bugie e dei " No, non può essere vero!".
Ma iniziamo dalla trama, che è fondamentale ai fini di questa mia analisi. 
Una bambina di appena otto anni vive in una famiglia a dir poco particolare.
La madre pianista di spicco e, si evince dal racconto, un po' assente. Il padre un survivalista, che insieme ai suoi amici che frequentano fin troppo la loro casa, prevede le peggiori catastrofi possibili per cui si attrezza un bunker nella cantina di casa, allenando e addestrando al peggio la sua bambina, Peggy.
Peccato che come scopriremo durante la lettura, il pericolo più grande per lei non siano i Russi né una ipotetica distruzione del pianeta, ma le persone che avrebbero dovuto amarla di più al mondo e che avrebbero dovuto proteggerla dai loro inganni, bugie e follie.
Peggy inizialmente crede che tutte quelle esercitazioni siano solo un gioco, sente che c'è qualcosa che non va, ma essendo piccola non riesce a cogliere i rischi e quanto sia malsano l' ambiente in cui vive. Ha solo la sensazione che quell'americano che è fin troppo spesso a casa loro sia pericoloso, anche se non si sa spiegare il perché.
Un giorno, succedono  dei fatti concitati per cui il padre la porta via di corsa, parlandogli di una vacanza, di una nuova vita insieme, di un'avventura per cui l'aveva preparata a lungo. Peggy non capisce ma si adegua, fino a quando non si rende conto che qualcosa non quadra. Sulla trama non vi anticipo altro, per non togliervi il piacere di scoprire da soli quali segreti si celino dietro una "normale" famiglia.




"Ogni sera accendevo il fuoco con la pietra focaia e l'acciarino che mio padre teneva sempre con sé: facevo brillare le scintille sulla fibra infiammabile e poi la mettevo nel materiale secco che avevamo raccolto. " Non sprecare mai un fiammifero quando puoi accendere il fuoco con la pietra focaia e l'acciarino" diceva."
Questo libro è decisamente particolare. Pur essendo un thriller, ha una certa lentezza che in alcuni momenti me lo ha reso claustrofobico. Non è necessariamente un fatto negativo, ma essendo molto descrittivo, in certi momenti avrei voluto un tasto Forward per arrivare al dunque e confermare o meno certe mie intuizioni. Oltretutto è costruito su un tempo non lineare, tra passato e presente, quando lei è tornata a casa si confronta con una realtà che non capisce e non ricorda, a causa di carenze alimentari che le hanno provocato qualche alterazione mentale. Quindi un salto temporale dopo l'altro, scopriamo la vita che per nove anni la protagonista ha vissuto, ma non tutto ci viene presentato in maniera chiara, lasciandoci col fiato sospeso man mano che la realtà di quanto realmente accaduto inizia a palesarsi, lasciandoci sempre più sconvolti. Come sempre in questi casi, non tutto è come sembra, anzi, anche se i segnali di consapevolezza sono stati lasciati durante tutto l'arco narrativo, come delle briciole che tracciassero la strada per chi avesse il coraggio di percorrerla fino in fondo. Perché la visione finale è tutto fuorché rassicurante e il lieto fine, come è giusto che sia non c'è, anzi la fine del libro è quasi un troncare netto sulle mille domande che ci lascia. Si capisce eccome quello che è successo, e sono ancora dibattuta se ritenere geniale una chiusura così drastica della storia, o esserne infastidita. Il tempo mi darà una risposta.


"In cucina stava scoppiando una lite fra Oliver e mio padre. Poi si spostò in salotto e nella serra, e io misi la testa fuori dalla finestra: sotto di me c'erano due ombre proiettate dalla luce della lampada che filtrava dalla porta del salotto. Mi tappai le orecchie per bloccare il suono e le ombre scure diventarono ballerini silenziosi, una coreografia di movimenti, ogni  azione studiata e provata. Premevo e toglievo le dita rapidamente, sentendo la lite in esplosioni di rumore, slegate, in staccato. [...] E poi Oliver che rideva, come una mitragliatrice, convulso e incontrollato. Un oggetto scuro, un posacenere o un vaso, si staccò da una delle ombre-uomo e sorvolò l'altra finendo sul tetto del vetro. Ci fu una pausa, come se la lastra di vetro stesse trattenendo il fiato; poi tremò, si increspò e si frantumò con un fragore fortissimo."


I personaggi sono ben caratterizzati, svolgendo in maniera egregia il loro ruolo, mostrandoci come la follia e l'essere o meno influenzabili e fragili in questo mondo pieno di persone manipolatrici e che sfruttano le debolezze altrui per fare ciò che ritengono necessario, siano presenti in un mondo corruttibile e corrotto.

La madre è il personaggio che mi ha infastidito di più in assoluto, stranamente e contro ogni previsione. Il padre è un folle, che a causa di eventi scatenanti, agirà in maniera pazzesca, ma in qualche modo mi ha suscitato meno rabbia.

Peggy è una bambina che cresce in maniera anomala, e solo alla fine ci renderemo conto di quanto quei nove anni siano stati a dir poco devastanti.




Peggy è il personaggio che subisce tutto questo, ma allo stesso tempo dimostra che alla fine si è capaci di qualsiasi azione e rimozione, quando la vita ci porta al limite, chiedendoci di lottare per la sopravvivenza.

Consiglio questo libro a chi ama storie forti, che non si scompone a drammi considerati tabù o quantomeno non convenzionali.

Do 4 cosmo come valutazione, perché la storia è davvero interessante e particolare, avrei dato 5 se fosse stata sviluppata in maniera meno descrittiva e se il finale fosse stato meglio articolato. Faccio comunque i miei complimenti all'autrice per aver scritto una storia diversa e sotto certi versi scomoda.






Claire Fuller è nata nel 1967 nell'Oxfordshire. Dopo aver lavorato per anni nel marketing ha conseguito un master in Creative Writing all'università di Winchester, vive nell'Hampshire con il marito e i due figli. I nostri giorni infiniti è il suo primo romanzo.










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