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venerdì 16 dicembre 2016

Giornata d'autore: MELISSA PRATELLI






James Collins è un diciannovenne come tanti.
Sa di essere attraente e, per questo, passa con estrema rapidità da una ragazza all'altra, senza mai instaurare un legame emotivo con nessuna; questo finché non conosce Raine Anderson, una bruna e pungente ragazza dagli occhi del colore della notte. 
Da quel momento, per James, tutto cambia. Ma Raine è una ragazza chiusa e diffidente, che preferisce tenersi alla larga dai ragazzi. 
Nel suo passato si nasconde un trauma profondo che incombe ancora su di lei e le impedisce di lasciarsi andare. 
James si ritrova così a volere l'unica ragazza che lo respinge con tutte le sue forze.
Riuscirà il ragazzo a fare breccia nel suo cuore e a sciogliere le catene che imprigionano entrambi?




Il cellulare vibrò ed ero talmente concentrata ad ignorare le chiacchiere delle mie amiche che sobbalzai a quel movimento inaspettato, facendo cadere a terra il volume di geometria, che produsse un tonfo sordo.
«Merda!», sibilai chinandomi a terra, mentre prendevo il telefono dalla borsa per rispondere.
«Pronto?»
«Questa proprio non me l’aspettavo.»
Alzai lo sguardo da terra e percorsi con gli occhi una figura che si stagliava in piedi di fronte a me. Lo squadrai, partendo dalle scarpe da tennis e salendo su per i jeans sbiaditi fino ad arrivare alle spalle larghe fasciate da una felpa rossa. Quando finalmente raggiunsi la testa, sgranai gli occhi e lasciai cadere di nuovo il libro a terra, questa volta anche il telefono lo seguì. 
«Che diavolo ci fai qui?», sbottai scattando in piedi.
James mi guardava con un sorriso che gli sollevava solo un angolo della bocca, creando un’adorabile fossetta sulla guancia. Gli occhi scuri erano vispi e luminosi e i capelli, castano chiaro, gli ricadevano sulla fronte. In mano aveva un cellulare. 
Era stato lui a chiamare? E come cavolo faceva ad avere il mio numero?
«Ci vengo a scuola qui», replicò lui pacato chinandosi a terra per raccogliere la mia roba. Lo imitai, cercando di precederlo, ma riuscii soltanto a sembrare in preda ad un attacco epilettico.
«Non sapevo che frequentassimo la stessa scuola», disse porgendomi libro e telefono. «Decisamente una bella sorpresa.»
«Ah sì?», borbottai evitando di guardarlo negli occhi.
James sorrise apertamente. «Puoi scommetterci.»







«Luna, non ti ho portata fuori per fare sesso con te. Volevo solo regalarti una bella serata. Non devi fare nulla che non ti vada di fare, nemmeno baciarmi. Non sono qui perché mi aspetto qualcosa, sono qui perché non c’è nessun altro posto in cui vorrei essere.»
Lo guardai, sconvolta. Non poteva essere vero, non poteva seriamente pensare una cosa del genere, sarebbe stato troppo bello, troppo perfetto e nulla è perfetto, lo sapevo bene. Mi stavo lasciando andare ed era pericoloso, però non potevo fare altrimenti. Quel ragazzo era in grado di toccare tasti dentro di me che credevo fossero rotti da tempo.
«Cosa vuoi da me, James?»
«Voglio ogni cosa che tu vorrai o potrai darmi. Niente di più e niente di meno.»
«Perché? Perché improvvisamente hai deciso di non portarti più a letto una ragazza diversa ogni giorno?» Come posso fidarmi di te? Come faccio a sapere che non sparirai non appena ti avrò dato quello che cerchi?
«Perché improvvisamente mi sono reso conto che quello che voglio sei tu», disse con estrema semplicità. Si sporse ancora di più verso di me e mi depositò un lieve e dolcissimo bacio sulla punta del naso. «Permettimi di essere il tuo ragazzo, Raine. Dimmi di sì…»
Alzai leggermente la testa e strofinai le labbra sulle sue. Un bacio castissimo eppure così intimo ed eccitante da scuotermi fin dentro le viscere.
«Sì.»





Non sapevo più cosa fare, stavo uscendo di senno.
Il cuore rimbombava in petto così violentemente da farmi male, forse mi avrebbe distrutto le costole già incrinate. La paura e l’angoscia mi avevano completamente intorpidito, non sentivo più nulla se non le mie grida. Le mani mi stavano quasi sanguinando per quanti colpi avevo inferto a quella dannata porta che non accennava a muoversi dai cardini.
Raine era chiusa lì da più di quindici minuti e non sapevo cosa stesse facendo o se stesse bene. Avevo il terrore che si facesse del male.
C’erano ancora tante ombre nel suo cuore. 
Mi accasciai contro il muro, mettendomi le mani nei capelli, esausto. Non sapevo cosa fare. Non ero in grado di aiutarla, dannazione!
Calmati James… non puoi dare di matto anche tu, altrimenti è la fine!
Cercai di riemergere dalla nebbia che soffocava i miei pensieri e cercai una soluzione, una cosa qualsiasi che da poter fare anziché starmene lì, a urlare e picchiare contro una porta chiusa.
Un impeto di rabbia e frustrazione mi percorse il corpo e picchiai con violenza un pugno contro il muro. Il dolore mi fece rinsavire; probabilmente mi ero rotto qualcosa.
Ero sicuro che la mia Luna stesse per farsi del male, se non l’aveva ancora fatto, e non potevo permetterlo. Dio, non riuscivo nemmeno a pensarci.
Appoggiai la mano contro la porta e chiusi gli occhi.
«Raine, ti prego. Non farlo… non farti male», supplicai. Non sapevo nemmeno se fosse in grado di sentirmi, ma sperai che quelle parole raggiungessero il suo cuore.




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