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mercoledì 23 maggio 2018

Blog Tour Dark Zone: Melissa Petrelli - Pietro Tulipano - Daniel Di Benedetto







All’improvviso, dover imparare una seconda volta a respirare. Mi volto, cercando di venire fuori da quella stanza maledetta in cui non sarei mai voluto entrare. La luce del giorno mi colpisce gli occhi con la violenza di uno schiaffo. Non credo di essere pronto a gestire questa cosa, è più grande di me. Inaspettata, inaudita e totalmente ingiusta. Persino i raggi del sole sembrano sbiaditi, ora. Guardo il panorama davanti a me senza essere certo di riuscire a metterlo a fuoco davvero. Le montagne, fide compagne nei pomeriggi trascorsi camminando fra i sentieri, pare abbiano perso i contorni. L’autunno ormai alle porte sta colorando i viali di foglie rosse e gialle. Cadono, lente e inesorabili come le certezze che sono riuscito a costruire nel tempo con tanti sacrifici. Giorno per giorno, condividendo una parte di vita insieme a te. Quelle foglie adesso sono le illusioni di serenità spezzate da qualcosa di ineluttabile. Il tempo. Il destino, che sa essere veramente bastardo e senza un briciolo di cuore, ha deciso di lasciarti andare via.

“Il cavaliere era coperto da un’armatura massiccia e brandiva una spada imponente; l’elmo celava il suo viso e le fessure per gli occhi e la bocca non erano che tetre feritoie dietro le quali i lineamenti del volto restavano nascosti nell’ombra. I colori del pittore rendevano con la consueta efficacia l’effetto di quell’armatura che sembrava annullare ogni tonalità di luce e colore, sprofondando in un cupo nero simile al vuoto. L’oscurità circostante che faceva da sfondo ricordava una nebbia malsana fatta di morte, dalla quale la figura fuoriusciva come se vi fosse stata generata in un primordiale concepimento del male.”

«È strano, mi hanno fatto in molti questa domanda. Nessuno pensa mai che si possa vivere senza inseguire la felicità. Non è la felicità che cerco, solo gli stolti lo fanno.»
«Perché?»
«Perché mettersi a cercarla è il modo migliore per perderla.»

«Vaga senza meta e senza bandiera, non ha amici o parenti, nessuno conosce nulla sul suo conto e non si sa dove sia finché non compare dal nulla. Ogni tanto lo si perde di vista, magari si sposta in regioni lontane da qui, e allora qualcuno si vanta di averlo ucciso. Ma prima o poi fa ritorno, e i primi a cui fa visita sono proprio quelli che dicono di averlo battuto. Perché ovunque vada, uccide chiunque vuole.»



Ci fissammo per alcuni secondi, entrambi col fiato corto. Avevamo urlato come pazzi e mi aspettavo una telefonata dai vicini a momenti. Per fortuna Ceci era già alla tavola calda. Il cuore stava ancora pompando a mille e non sapevo se fossi più incazzato, più geloso o incazzato perché ero geloso. Quella ragazza mi mandava in cortocircuito il cervello.

Feci il giro del tavolo e le fui a pochi centimetri in un battito di ciglia. Ci guardammo, io con il viso inclinato verso il basso, lei con il suo, ancora paonazzo, alzato verso di me. I suoi occhi scuri vibravano, mentre il suo petto si alzava e abbassava in modo frenetico.

Le presi il viso tra le mani e aspettai che mi desse uno schiaffo o mi spingesse via. Mi abbassai un po’ e attesi il momento in cui mi avrebbe urlato contro; le mie labbra erano sulle sue, lei non aveva ancora fatto nulla e, vaffanculo a tutto il resto, la baciai.



Si avvicinò un po’ di più e cercò il mio sguardo. «Vuoi un bacio vero, Lia?»
Lo fissai stralunata, mentre una serie di emozioni si susseguivano dentro di me, prima fra tutte il desiderio. Forse avrei dovuto dargli uno schiaffo invece. Come si sarebbe comportata una persona normale?
Ma che ne so!
Aidan, intanto, si era fatto ancora più vicino e mi guardava, serio. Avevo lo stomaco in subbuglio e mi tremavano le mani.
Merda… ma che faccio? No, Lia, così non va bene. Primo, non hai idea di cosa fare. Secondo, se lui ti bacia, poi sarai cotta definitivamente. Allontanalo subito!
Aidan mi sfiorò la guancia con la punta delle dita e appoggiò il palmo sulla mia pelle, circondandomi il viso. Passò il pollice sulle mie labbra e una scarica elettrica mi saettò lungo la schiena, mentre avvicinava il suo viso al mio sempre di più.
Ho detto subito! Allontanalo!
Paralisi fisica e mentale momentanea, chissà se esisteva come patologia e se avrei potuto usarla come eventuale scusa.
Le labbra di Aidan furono di nuovo su di me, ma questa volta si mossero, prima piano, in modo leggero, massaggiando le mie. La mano si spostò tra i miei capelli e, nello stesso momento, la sua bocca catturò il mio labbro inferiore e lo tirò leggermente, succhiandolo. Aidan fece scorrere la lingua sulla mia bocca in modo languido e sensuale, accendendo tutte le mie terminazioni nervose. Quel contatto mi stava già facendo morire. Sentivo caldo e avevo i brividi e poi, wow, una strana sensazione in basso.
«Apri la bocca», sussurrò.
Non sapevo cosa aspettarmi ed ero anche abbastanza terrorizzata all’idea di fare la figura della stupida, ma non potei far altro che obbedire. Schiusi leggermente le labbra. Aidan entrò con la lingua e cominciò a massaggiare la mia con movimenti lenti e dolci, mentre le sue labbra si muovevano sulle mie in una danza che mi sembrava perfetta.


Ceci mi prese la mano. «Ti ho portata qui perché pensavo che questa vista potesse farti sentire meglio. Con me funziona sempre, mi sento libera ogni volta che osservo l’oceano.»

Le lanciai un’occhiata, ma non dissi nulla, le parole erano bloccate in gola, assieme alle lacrime. Mia sorella si chinò su di me e mi prese il viso tra le mani.

«Insieme per sempre, Lia», mi sussurrò. «Resta con me, ok?»

Riuscii a malapena ad annuire, mentre qualche lacrima, sfuggita al mio controllo, scorreva silenziosa lungo le guance. Sarebbe mai andata meglio di così? Quel dolore pulsante che mi stringeva il cuore e mi bloccava i polmoni sarebbe mai diminuito?

What doesn’t kill you makes you stronger…

Io, però, non ero sicura di essere ancora viva.

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