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mercoledì 19 settembre 2018

Dark Zone Blog Tour: Il Bar di Marco Fedele - Miseri Resti Sepolti di Miriam Palombi - L'Assassino che donava girasoli ai cadaveri di Giorgia Vasaperna




Notte fonda. Quando Ivan raggiunse l’indirizzo del direttore, c’erano già tre dei suoi a perlustrare la zona. Non aveva faticato molto ad assoldarli, era bastato spendere il nome di Niko Strinić e le loro menti erano volate sulla ricompensa ancora in palio. A Boris era appena nato un figlio, Danijel il Fiumano aveva problemi con le rate di un mutuo espresso in franchi svizzeri e Luka l’Ustascia era disoccupato da troppo tempo.
Ivan avrebbe potuto reclutarne altri mille con lo stesso scarso preavviso, ma aveva deciso di non diffondere troppo la notizia. Con tutta la malavita a caccia del fuggiasco, si sarebbe potuto intromettere qualche altro gruppo meglio preparato e meno propenso a dividere l’eventuale bottino.
Faceva caldo. Non pioveva da una settimana e quel giorno la temperatura aveva toccato i trentaquattro gradi. Tuttavia Ivan era in giacchetta estiva, in modo da celare sotto la falda sinistra una fondina ascellare. Un’altra pistola era nella borsetta di Jelka, una graziosa morettina dall’acconciatura emo e il volto da bambola. Corpo aggraziato, poco seno ma gambe niente male. Aveva appena soffiato su ventun candeline e inforcava un paio di lenti rettangolari assemblate in una montatura nera. Era la ragazza che l’aveva riportato a casa da Trieste dopo il conflitto a Gorizia. A Ivan piaceva perché sotto le sembianze da scolaretta ribolliva un insaziabile desiderio di sangue e perché le sue dolci chiacchiere erano un toccasana per la pressione arteriosa, giunta in quei minuti a livelli da cardiopatico.
La morte di Domagoj, l’uomo capace di toglierlo dalla strada e di insegnargli il mestiere, lo aveva svuotato di ogni certezza, ma gli aveva anche regalato il comando e sarebbe stato fantastico se avesse corroborato con un successo la sua prima missione da protagonista.





Non dopo la volta in cui ti hanno lasciato nudo negli spogliatoi e hanno scritto con un pennarello nero quella parola sulla tua schiena.

“Verme.”

Ma ora è diverso, puoi entrare senza che nessuno ti veda. Puoi sbirciare le gambe di Sara sotto il gonnellino, mentre agita i pon pon imitando le cheerleaders americane, e contemplare i suoi seni ballare sotto il pullover, anche se non hai mai avuto il coraggio di rivolgerle la parola.

Senti le urla sgraziate, osservi quei visi rossi congestionati, li vedi saltellare sugli spalti come tanti capponi cui stanno per tirare il collo e capisci che non sei come loro. Non lo saresti mai stato. Ma ora sei qualcosa di più.

Ti muovi incorporeo, sfiori i capelli delle ragazze profumati di camomilla e lavanda, come la biancheria di pizzo «san gallo» della nonna ancora sistemata nei cassetti.

È il momento. Si sente il fischio d’inizio riecheggiare forte, la partita è appena iniziata e tutti sono distratti dal suono ritmico della palla sul parquet in attesa di andare a canestro.

Sai cosa fare. Il quadro elettrico si trova proprio davanti a te; è una scatola di metallo blu acceso. Te l’ha indicata Ezio, il custode, quella volta che sei stato punito. Ti sei dovuto fermare a fare le pulizie per aver cavato un occhio al gatto della preside Mariani.

Apri lo sportello. Un groviglio di fili elettrici fuoriesce dal muro.

Ti basta concentrarti e una pioggia di faville azzurrine si propaga lungo la matassa di fili che, come capelli bruciati, riempirono l’aria di un fumo acre.




Quando il sole tramonta e la luna domina il cielo notturno, noi poveri stolti vediamo solo un mero meccanismo e dimentichiamo di soffermarci sulla maestosità dell’universo. Nasciamo innocenti, puri in ogni angolo della nostra anima, ma crescendo diventiamo avidi di possesso, di attenzioni, di noi stessi. Ci ossessioniamo all’idea di vivere una vita migliore dei nostri genitori, vogliamo essere qualcosa che vaoltre la nostra natura. Siamo così schifosamente ambiziosi da non guardare un attimo indietro per ricordarci da dove proveniamo; cosa, in sintesi, eravamo.

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