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venerdì 25 gennaio 2019

Blog Tour Dark Zone: Giacomo Ferraiuolo - Lucia Guglielminetti - Antonello Venditti









Lucia si voltò.
Una delle bambole di pezza era caduta a terra. Poggiò la fotografia e si precipitò a raccoglierla. Le diede un bacio sulla guancia e la rimise al suo posto.
Qualcosa scivolò nel buio. Un lezzo improvviso si alzò attorno a lei.
Un’altra bambola cadde più avanti, la donna rimase immobile con gli occhi sbarrati.
Ne cadde un’altra.
Poi due.
Un vento improvviso d’ira le sbatté tutte sul pavimento. Lucia gridò, il corpo irrigidito dal terrore, gli occhi sgranati.
Qualcosa l’afferrò dalle viscere; la paura divenne così reale che la costrinse a piegarsi in due, come un mozzicone di sigaretta vecchio. Cadde anche lei a terra, di fianco al cimitero di bambole silenziose.
L’urlo si trasformò in un gorgoglio e cominciò a ripetere come se fosse una cantilena: «Non vedo, non sento, non parlo. Non vedo, non sento, non parlo. Non vedo, non sento, non parlo. Non vedo, non sento, non parlo...» la voce crebbe d’intensità distorcendosi per il terrore ancora vivo dentro di lei.
Allungò la mano tremante verso il cassetto di un mobile e sfilò una forbice arrugginita.


Spasmi improvvisi cominciarono a scuotere Vera. Le due donne scivolarono fuori dalla stanza e vennero ingoiate dalle ombre che le attendevano nel corridoio.
La pozza di sangue continuava ad allargarsi sul letto e a gocciare sul pavimento. Un lago di dolore si espandeva e una strana calma iniziò ad abbracciare Vera e a insinuarsi nella ferita ancora pulsante.
Il dolore cominciò a mutare, trasformandosi in un piacere così malsano e Vera ne volle di più.
Allargò le gambe e qualcosa le tirò, un altro spruzzo di sangue la bagnò.
La porta d’ingresso sbatté violentemente e la luce dell’abatjour si spense.
L’oscurità si liberò e abbracciò il suo corpo dolorante, stringendolo in una morsa di sofferenza.

Non ascoltò la risposta di sua moglie, non ascoltò il brusio che si fece forte. Fece finta di non vedere quella massa nera che aveva ricominciato a camminare lungo le pareti della sala.
Vide l’ombra di una donna agonizzante seduta sul divano, la testa scarna e le braccia fumose si protendevano verso di lui. La pancia gonfia che vibrava, un mostro che si cibava delle sue carni.
Sua madre continuava a cercarlo per tenerlo stretto, per proteggerlo da tutto quell’orrore e quella morte.
La oltrepassò e sentì gli occhi disperati della donna continuare a fissarlo, come lo stava fissando sua moglie in cima alle scale. 
Disperazione e delusione, due sensazioni che affollarono l’ossigeno della casa di Antonio, rendendo l’aria opprimente.



Una grande tavola imbandita ci attendeva in un salone piuttosto spoglio, se si escludevano le armature allineate lungo le pareti e i pesanti drappeggi color porpora alle finestre. Non un filo di luce filtrava da fuori, ma non aveva importanza, perché le luci erano calde, la birra abbondante, il cibo delizioso e il fuoco scoppiettava nel camino. Il vecchio ci ronzava attorno come un’ape operaia, rideva alle nostre battute con un’irritante risatina stridula e badava che i nostri boccali non fossero mai vuoti.



«Posso entrare? C’è qualcuno?» ripeté, schiudendo la porta e avanzando di un paio di passi. Era buio pesto. Nemmeno un filo di luce filtrava dalle persiane, com’era possibile?
Cercò a tentoni l’interruttore. Qualcosa in quell’oscurità così densa la metteva in agitazione, inutile negarlo. Provò sollievo quando il lampadario si accese, scacciando il buio da ogni angolo.



Si lasciò condurre verso un’enorme vasca da bagno interrata – quasi una piccola piscina –, una presenza incongruente in quella stanza, che per il resto somigliava a una cantina,
spoglia, sporca e gelida, con una malinconica lampadina a pendere dal soffitto scrostato.
Quando ve lo calarono dentro, non protestò. Non fece proprio nulla, tranne guardarli mentre s’immergevano con lui, circondandolo.
Le voci erano tutt’intorno. Dentro di lui. Nella sua testa. Lo rendevano docile, ma non potevano cancellare la sua paura.
Solo che sembrava quella di qualcun altro.






Lo stile del suo abbigliamento era sfarzoso, diverso da quello dei rodashiani e le sue lunghe dita si poggiarono su una spalla di Luser che ritirò la mano dall’elsa. Poi parlò e la sua voce risuonò cavernosa: «Dare prova di prudenza è un atto di fede. La questione se questa lama debba uccidere o no è dipesa da fatti d’ingiustizia» avvicinò le labbra verso l’orecchio di Luser e fu più insidioso: «Ingiustizia verso gli uomini, verso coloro che meritano più onori, verso quelli come te, Tesoriere.» Luser avvolse la spada e si voltò consegnandola al cospiratore: «Hai promesso, e io sono qui a ricordartelo».





«È difficile stabilire quanto il nostro cuore possa sostenere. Nessuno, nemmeno i maghi più calcolatori o i poeti possono dircelo. Io so, peraltro, che tu sei come tua madre: vedeva il mondo pieno di colori. Perché allora vuoi ostinarti a vederlo grigio? La vita è già di per sé un grande dono, ma ancor di più lo è quello che ti è concesso farne. Non pensare che la tua vita stia andando a rotoli e che questo momento sia insormontabile. Col tempo capirai, come ho fatto io, e credimi ragazzo, ne ho passate tante. Ho abbastanza anni da permettermi di dare consigli». Kabian ascoltò silenzioso, perché gli piaceva il modo che lei aveva di parlare, che in qualche modo leniva la sua angoscia. «Invecchiando, ho capito che il passato è importante, che non perdere le età che abbiamo vissuto e superarle è più importante della vita stessa».





Credeva che fosse finita l’era degli antichi dei. Lui si vedeva già come un dio moderno, senza luogo, che non aveva bisogno di uomini riuniti nelle assemblee per stabilire a quale potenza divina votarsi, di un tempio eretto in suo onore e di un simulacro da collocare. Si vedeva come un dio che non avrebbe sofferto i peggiori tormenti al fine di piacere ai poveri mortali. Lui avrebbe regnato su tutte le città, in quelle nuove e in quelle più antiche, sulle azioni dell’umanità, osservando la debolezza, la fragile vita pronta a essere troncata a suo piacimento. Avrebbe visto gli uomini fare guerre, scannarsi a vicenda, piangere e soffrire, soccombere allo sterminio della Grande Bestia. Ripensava spesso a come gliel’aveva descritta Olìon. «Un accumulo grezzo di carne peccaminosa, deformato dalla vergogna umana e raffinato dalla paura.» Avrebbe addomesticato e dominato quel mostro, dominando sul destino di ogni singolo uomo come un dio ma anche regnando come un re.


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