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martedì 21 gennaio 2020

IL MUSEO DELLE PROMESSE INFRANTE di Elizabeth Buchan



Esiste un museo, a Parigi, dove le persone non fanno la fila per ammirare i capolavori dell’arte. Dove non sono custoditi né quadri né statue. Un museo creato per conservare emozioni. Ogni oggetto in mostra, infatti, è il simbolo di un amore perduto, di una fiducia svanita. Un cimelio donato da chi vorrebbe liberarsi dei rimorsi e andare avanti. Come la stessa curatrice, Laure, che ha creato il Museo delle Promesse Infrante per conservare il suo ricordo più doloroso: quello della notte in cui ha dovuto dire addio al suo vero amore. Quando Laure lascia la Francia e arriva a Praga, nell’estate del 1986, ha l’impressione di essere stata catapultata in un mondo in cui i colori sono meno vivaci, le voci meno squillanti, le risate meno sincere. Laure lo capisce a poco a poco dagli sguardi spaventati della gente, dalle frasi lasciate in sospeso: questo è un Paese che ha dimenticato cosa sia la libertà. Eppure ci sono persone che ancora non si rassegnano. Come Tomas. Laure lo incontra per caso, a uno spettacolo di burattini. Ed è un colpo di fulmine. Per lui, Laure è pronta a mentire, lottare, tradire. Ma ancora non sa di cosa è capace il regime, né fin dove dovrà spingersi per avere salva la vita. Laure si è pentita amaramente della scelta che ha dovuto compiere tanti anni prima ed è convinta che non avrà mai l’occasione per aggiustare le cose. Eppure ben presto scoprirà che il Museo delle Promesse Infrante non è un luogo cristallizzato nel passato. È un luogo che guarda al futuro, in cui le storie circolano e spiccano il volo verso mete inaspettate. A volte raggiungono luoghi lontanissimi, ricucendo i fili strappati del destino. E a volte possono perfino giungere alle orecchie di un uomo cui non importa nulla degli sbagli e dei rimpianti, ma che aspetta solo un indizio per ritrovare il suo amore perduto…

Sono stata incuriosita dalle premesse presenti nella quarta di copertina che mi hanno fatto pensare a un altro romanzo che mi era piaciuto un sacco “L’anulare” di Yoko Ogawa.

Quando mi sono trovata a leggerlo ho colto subito che c’era una netta differenza tra i due; l’unico punto in comune è stato il sentirmi rapita e intrigata dall’atmosfera magica che vi si respirava. Il “Museo delle Promesse Infrante” esercita sui suoi visitatori una notevole fascinazione richiamando sempre più consensi. Luogo mai statico, ma in continuo divenire e mutamento dove i protagonisti non sono sculture o dipinti di celeberrimi artisti, ma in esposizione ci sono oggetti - tra i più disparati - che nascondono una storia significativa.

«Ogni cultura deve avere i suoi musei, e un Paese che non li ha è un Paese che – deliberatamente o senza volerlo – distrugge il proprio passato. […]»

La storia è incentrata sulle vicissitudini che hanno spinto Laure – la curatrice - ad aprire questo singolare museo e si dipana su due piani temporali, passato e presente ovvero dal 1986 ai giorni nostri.
La Buchan ha saputo raccontare gli anni del terrore della Cecoslovacchia senza strafare e, usando a suo vantaggio l’atmosfera colma di delicatezza e melancolia del museo, si sofferma sul potere del ricordo e l’affettività di cui impregniamo i nostri oggetti più cari. I ricordi più dolorosi che spesso ci attanagliano. La delusione e l’amarezza, la consapevolezza di una speranza sfumata dietro a una promessa a cui credevamo con ardore e che, invece, è stata infranta con leggerezza o inconsapevolezza. 

«[…] Questi oggetti t’invitano ad affacciarti sull’orlo di un abisso.»

Poi c’è l’amore, forza impetuosa e travolgente, il motore che muove il mondo. 
Ma cosa accade quando questo sentimento affiora nel bel mezzo di un sistema politico dove la libertà di pensiero e di parola sono una chimera? Scuotere dalle fondamenta l'intero regime partendo da questo popolo disilluso si può? Laure non aveva messo in conto che Tomas le avrebbe stravolto la vita, aprendole gli occhi su una realtà ben diversa da quella che immaginava, lasciare la ridente Parigi per catapultarsi in una Praga afflitta da questa piaga sociale. 

“[…] ha pensato all’amore, a quanto sia straordinario e incendiario e a come l’abbia consumata. A come abbia trasformato la sua vita.”

La cornice parigina si presta bene ad accogliere l’ubicazione del museo, ma il talento dell’autrice sta anche nel sottolineare il cambio di registro. Sarà impossibile non restare destabilizzati quando ci condurrà a Praga e “respireremo” anche noi quell’atmosfera mefitica e plumbea. Non ci sono guizzi narrativi, perlopiù lo stile è caratterizzato da una tranquillità e linearità di fondo ma ciò nonostante accende l’interesse.
Quello che non avevo previsto era che riuscisse a commuovermi, ad un certo punto del romanzo non mettevo più bene a fuoco le lettere perché i miei occhi traboccavano di lacrime e ho dovuto fermarmi, prendere un respiro profondo e finalmente poter proseguire.
Ha incontrato i miei gusti quel connubio tra il surrealismo - legato agli oggetti esposti - e il romanzo storico; la storia parte da uno spunto originalissimo per arrivare ad un argomento di una certa sensibilità. Pur apprezzandolo, ritengo ci si sia dilungati un po’ troppo, quando con qualche pagina in meno il risultato sarebbe stato più armonioso e incisivo.


Elizabeth Buchan è nata a Guildford, nel Surrey, e si è laureata in Lettere e in Storia alla University of Kent. Ha lavorato a lungo come redattrice e editor per il gruppo Penguin Random House, prima di dedicarsi a tempo pieno alla narrativa. Grazie al successo dei suoi racconti e dei suoi romanzi, è stata nominata madrina del Guildford Book Festival e della National Academy of Writing. Attualmente vive a Londra con il marito e i figli.

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