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venerdì 5 ottobre 2018

LA LUCE DI UN GIORNO DI PIOGGIA di Eva Woods



«Vivi ogni istante come se fosse l’ultimo.» Facile a dirsi, un po’ meno a farsi, soprattutto se sei ancora giovane e il tuo corpo non perde occasione per ricordarti che il futuro, ormai, è questione di mesi. Tre mesi, per la precisione: cento giorni per realizzare, provare, scoprire tutto quello che hai sempre sognato e che forse non hai mai trovato il coraggio di confessare neppure a te stessa. È questa la sfida che Polly lancia alla neo-amica Annie, conosciuta tra i corridoi e le spoglie sale di attesa di un ospedale e subito adottata come una bimba farebbe con un cucciolo fradicio in un giorno di pioggia. Peccato che sia Polly, e non Annie, a dover morire, e Annie, non Polly, ad aver perso la voglia di andare avanti. Nasce così, da un incontro fra due destini di segno all’apparenza contrario, un’amicizia un po’ matta, quasi sempre luminosa, qualche volta disperata. In grado di cambiare tutto proprio quando l’epilogo sembrava già scritto.
Ho finito di leggere questo romanzo questa notte alle 2.00 perché non riuscivo a starne lontana, volevo finirlo ma non volevo finirlo per ovvie ragioni.

Annie e Polly non potevano essere due persone più diverse di così ma si incontrano e lo fanno nel momento giusto.  Lo scenario del loro incontro è un po’ insolito: il reparto di neurologia di un ospedale. Entrambe si trovano in quel luogo per ragioni differenti. La madre di Annie è malata di una forma precoce di demenza senile. Questa è la goccia che fa traboccare il vaso ormai colmo di Annie, a cui la vita ha inferto diversi colpi bassi. È comprensibilmente stufa, si limita a sopravvivere solo per il fatto che ancora respira ( e credetemi, quando leggerete la sua storia, non potrete che darle ragione). E poi c’è Polly, la cui diagnosi è cancro al cervello, stadio terminale, le restano solo circa tre mesi di vita. E questo poco tempo che le rimane da vivere, cerca di viverlo fino in fondo. Polly è un’esplosione di colori e vitalità. Se dovessi descrivere le due protagoniste attraverso i colori, Annie sarebbe in bianco e nero e Polly tutti i colori dell’arcobaleno. Non solo per il suo modo stravagante di vestire ma anche per la reazione che ha avuto davanti a ciò che le sta succedendo: alcuni si sarebbero chiusi nella tristezza, aspettando con ansia e paura il giorno della propria morte. Invece lei no, anzi fa qualcosa di meglio e anche qualcosa di più. Ha deciso di attuare il programma dei cento giorni felici: cento cose felici da fare nei cento giorni che le restano da vivere, giorno più giorno meno. E in questo programma, suo malgrado, almeno all’inizio, coinvolge anche Annie.

“Hai mai sentito parlare dei Cento giorni felici? Una di quelle trovate virali che girano su internet? (…) È  semplice, credimi. Si tratta di fare ogni giorno almeno una cosa che ti renda felice. Possono essere cose piccole o grandi.”


Ed ecco che l’incontro tra due sconosciute, così diverse tra loro, si trasforma in una grandissima e profonda amicizia fatta di condivisione tra due persone che si raccontano e si mettono a nudo, che rivelano le proprie fragilità e si fanno forza a vicenda, fino alla fine.

Mentre leggevo, senza dubbio il mio personaggio preferito, tra le due protagoniste, era Polly. Lei è quella che invece di disperarsi e farsi compatire, e ne avrebbe anche tutte le ragioni del mondo, dona forza agli altri e con Annie compie una sorta di magia, è come se il loro incontro in qualche modo riuscisse a salvarla da se stessa, lasciandole in eredità una nuova vita, che è sempre la stessa ma vista da un’altra prospettiva.

E poi Polly è divertente e spiritosa, ironica e sarcastica, indossa abiti colorati, fa tutto quello che le passa per la testa conscia del fatto che, qualunque cosa sia, la farà per l’ultima volta. Sprona Annie a uscire dal torpore della sua esistenza, la invita a lasciarsi andare e vivere ogni momento come se fosse l’ultimo, perché il suo tempo non è ancora scaduto. Polly insegna molto ad Annie. E anche a ognuno noi.

“Voglio dimostrare a tutti che è possibile essere felici anche quando la vita fa schifo.”


Ma poi ci ho riflettuto bene e non posso  affermare di avere un solo personaggio preferito. Perché Annie non sarebbe emersa senza la sua amica, è lei quella che ha coraggio e si rimette in gioco, il suo personaggio evolve lungo tutta la lettura e splende insieme a Polly.

“ … per me è troppo tardi, posso provare a godermi i miei ultimi … cento giorni, più o meno, ma non mi resta altro. Tu, invece, hai ancora tutta la vita davanti. Che cosa intendi fare? Ricordati, non si tratta di contare i giorni, ma di fare in modo che quei giorni contino.”


Oddio, quanto ho amato questa storia! Sapevo che non sarebbe stata una lettura facile, lo dice anche la trama. Sebbene tutti, lettore compreso, abbiano cercato di negare l’inevitabile realtà e sperato in un miracolo, alla fine è come se, in qualche modo, si fosse compiuto ugualmente. Polly resterà per tutti indimenticabile. Questa storia non andrà mai via dalla mia testa.

“Credo che gli uomini non siano fatti per comprendere la morte. Qualche volta mi piacerebbe avvicinare le persone in metropolitana o per la strada, toccare la loro spalla e dire, scusate, vi rendete conto che prima o poi morirete? Forse non sarà oggi, e nemmeno domani, ma un giorno accadrà. Tutta quella gente che va di fretta per arrivare in orario a una riunione di lavoro, al ristorante o in palestra. Mi chiedo che cosa accadrebbe se, tutto d’un tratto, le persone si fermassero a pensare che devono morire. Se ci riflettessero per davvero. Non credi che manderebbero all’aria tutto per fare l’unica cosa che hanno sempre sognato di fare? Lanciarsi da un aereo. Mandare il capo a quel paese. Dire a qualcuno Ehi, sai che mi piaci?”

È un continuo pensare alla vita in generale (alla tua in particolare), a coloro che hanno tutta la vita davanti: c’è chi la spreca essendo sempre arrabbiato o triste, preoccupato o di fretta, facendo qualcosa che non gli piace, stando con persone che non ama veramente; e chi invece la butta via non avendone cura, come se non fosse il dono più prezioso che abbiamo, come se non fosse l’UNICA vita che abbiamo.

Effettivamente non è facile vivere pensando che dovremo morire, prima o poi accadrà inevitabilmente. Non è nemmeno fattibile cercare di vivere come se fosse sempre l’ultimo giorno, poiché il dolore, la sofferenza e la tristezza non si possono eliminare, ma si può vivere cercando di dare valore a ogni singolo giorno. E il programma delle cento (o centomila) cose felici dovrebbe essere prescritto dal medico, tutti dovremmo fare almeno una volta al giorno una cosa che ci rende felici, perché la felicità ci fa sentire vivi. Non ci è concessa da cose o persone all’infuori di noi, siamo noi stessi che dobbiamo concederci il privilegio di essere felici ogni giorno, nelle piccole e nelle grandi cose. La felicità non è una condizione in cui ti ritrovi, ma uno stile di vita.

“In fin dei conti vivere è accettare tutto quello che l’esistenza ci offre, i giorni felici come quelli tristi o rabbiosi, affrontare consapevolmente tanto il bello quanto il brutto.”


Questo genere di romanzi tragici sono sì tristi (non mi vergogno  a dire che ho pianto come una fontana), ma ti portano a riflettere sulla vita, sulla morte, ti scavano dentro, nel profondo, ti schiaffeggiano fortissimo stritolandoti il cuore e straziandoti l’anima.
Grazie Polly, grazie Annie e grazie anche a Eva Woods (leggete la nota dell’autrice alla fine, prima dei ringraziamenti, e leggete anche quelli).
Buona lettura ai coraggiosi che si avventureranno in questa storia: sorriderete, piangerete ma, come alla fine del più meraviglioso dei viaggi, non sarete più quelli che eravate all’inizio.


Eva Woods è nata in Irlanda ed è cresciuta a stretto contatto con una zia che concludeva ogni frase con l’invocazione «Sempre che Dio ci risparmi». Del tipo: «Domani andremo alla spiaggia, sempre che Dio non decida di sterminarci tutti stanotte». Immaginate l’allegria! Da qualche anno Eva si è trasferita a Londra, dove si sforza di pensare positivo ma anche di far posto ai momenti di tristezza.


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